di Anna Toro

ROMA – L’enorme partecipazione alle manifestazioni per il clima – prima fra tutte quella del 15 marzo, ispirata dalla protesta della giovanissima attivista ambientale Greta Thunberg – mostra che il grido d’allarme della scienza è stato recepito e preoccupa fortemente i cittadini, di ogni età ed estrazione sociale. Perché se il pianeta è sull’orlo dell’abisso la questione riguarda tutti, e certe decisioni vanno prese oggi, subito, per scongiurare la catastrofe. Basti pensare all’ultimo rapporto speciale dell’IPCC (International Panel on Climate Change), uscito a ottobre 2018, in cui si sostiene che, se non si farà qualcosa per mantenere il riscaldamento globale entro la soglia cruciale di +1,5°C, i danni per il pianeta saranno irreparabili: dall’alterazione delle precipitazioni, all’innalzamento del livello del mare, fino alla distruzione di ecosistemi, la scomparsa di biodiversità, l’aumento di siccità, inondazioni e fenomeni estremi. Alcuni di questi effetti li stiamo sperimentando fin da ora, per questo gli esperti dell’IPCC indicano un obiettivo da perseguire su tutti: dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e abbatterle del tutto entro il 2050.

🍃 Peccato che, in quella catena di reazioni che va dall’allarme scientifico alla mobilitazione dei cittadini fino a quella politica, qualcosa finisca sempre per incepparsi. L’abbiamo visto, a livello europeo, proprio all’indomani del grande sciopero per il clima dei giorni scorsi: durante il Consiglio dei Capi di Stato e di governo dell’Ue che si è tenuto a Bruxelles il 22 marzo, i leader europei hanno bloccato la discussione sull’obiettivo della de-carbonizzazione di tutta l’Europa entro il 2050, rimandata così a dopo le elezioni europee. A bloccare tutto è stata questa volta la Germania, insieme a Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria (paesi in cui l’industria del carbone è ancora fortemente presente). Mentre l’Italia ha dato man forte scegliendo di non prendere posizione, a ulteriore riprova di come l’ambiente sia finito in fondo all’agenda di governo. E se l’inerzia politica arriva anche da quei Paesi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi sul clima, viene difficile pensare che a livello globale si avrà il coraggio e la lungimiranza necessari per cambiare le sorti del pianeta.

🌧 Perché decarbonizzare l’economia rappresenta un impegno enorme, che implica la trasformazione di un intero sistema: significa infatti cambiare il modo di produrre energia, di trasportare cose e persone, di produrre e consumare; significa imporre limiti massimi all’uso delle risorse, la conversione di fabbriche, industrie e città in ottica ambientale, significa andare – come da tempo è auspicato – oltre il prodotto interno lordo per misurare il benessere e la ricchezza di una nazione. Tutto questo richiede che individui e paesi adattino il loro comportamento (riducano la loro “impronta”) al fine di prevenire gli effetti che si troveranno in futuro, senza che siano sempre e solo le fasce più povere a soffrire la transizione. Utopia? Per il movimento del clima, e soprattutto per i ragazzi che hanno manifestato in massa il 15 marzo, si parla più che altro di necessità. “Se le soluzioni sono così difficili da trovare all’interno di questo sistema, forse dovremmo cambiare il sistema stesso – aveva detto la giovane Greta Tunberg nel suo discorso all’ONU – Il cambiamento sta arrivando che vi piaccia o no”.

@annaftoro