di Luca Mattiucci

Nessun pentimento per Monica Cirinnà, rea di aver esposto lo scorso 8 Marzo in occasione della marcia transfemminista il cartello “Dio, patria e famiglia”- “Che vita de’ merda”.

E ci mancherebbe.

Il buon senso e un po’ di conoscenza della storia quel cartello ce lo dovrebbero far amare. E invece no.

Siamo in un’Italia, magari non in odore di fascismo, ma in odore di nazionalismo questo è certo. Magari non vediamo (ancora) gente girare in camice (o felpe) nere, ma il clima c’è tutto e i presupposti pure.

“Dio, patria e famiglia” è un motto fascista, uno dei principali del ventennio che si affermò a ridosso del 1929 (anno della firma dei patti lateranensi, quelli per capirci dell’Extra Ecclesiam Nulla Salus, della condanna delle convivenze prematrimoniali, delle coppie di fatto e delle pratiche omosessuali) e aveva un ben preciso significato: amore per la patria (tale da giustificare la morte in improbabili guerre di conquista), famiglia (intesa nel senso di Pillon o di certi circoli della Lega dove la donna sta lì buona al focolare, magari prendendosi qualche schiaffo in nome della patria, sfornando figli come le si addice per naturale mansione e se vuole divorziare deve pagare in senso letterale, caro e amaro) e Dio (inteso come unico e solo quello proposto dalla religione cattolica, tralasciando che se un Dio esiste qualunque esso sia sui primi due punti avrebbe di certo da ridire).

E invece no. Il web e non solo, per oltre 48 ore, complici giornalisti e politici, si indigna per il cartello e mette alla gogna la senatrice.

Gente di destra? Solo in parte e sarebbe più o meno normale (perché il fascismo i padri costituenti pensarono bene di metterlo al bando). No, a sparare a zero contro la senatrice delle unioni civili era in buona parte fuoco amico.

A partire da quell’illuminato di Carlo Calenda che colto da un brivido, stavolta non originato da tuffo con foto in lago ghiacciato a cui neanche il temerario Duce si era spinto, sente il dovere di bacchettare il selfie definendolo: “talmente fesso che non vale la pena parlarne”, per poi aggiungere all’indirizzo di Matteo: “Amico mio invece di twittare questa roba ridicola sull’opposizione pensa alla TAV, alla recessione e alla gestione dei migranti in Italia. Sei pagato per quello. Buon compleanno. Spero ti porti un po’ di saggezza e maturità.”. Beninteso che il Matteo in questione non è Renzi ma Salvini. La differenza, però, ha ragione Calenda, è saltata da un pezzo e se non metti i cognomi rischi di trovarti a pensare che il partito è unico.

Ora se lo si prova a smontare, quel motto, diventa inattaccabile perché è ovvio che nessuno oserebbe dire che è sbagliato credere (noi o altri) in un qualche Dio, nessuno oserebbe dire che la famiglia è un valore errato (sia essa etero, non etero, tranquilla, complessa, incasinata, insomma una famiglia con la f maiuscola) e nessuno oserebbe dire (forse qualcuno si) che è contro l’idea di patria. Io di mio al mio Inno ci tengo e anche al mio Paese, ma puoi tenerci essendo attento agli altri e non solo andandogli contro.

Eppure quel motto, contrariamente a quanto hanno provato a sostenere gli improbabili detrattori non si può scindere in tre concetti differenti, perché quel motto è un logo, un marchio. Rappresenta un mondo, un periodo, un’epoca (infelice) e un modo di pensare che ci si augura non torni più. Se no sai che vita di….

Dall’altra il tentativo di denigrazione numero due è stato squalificare la frase volgare appena citata liquidandola come caduta di stile.

Ma non sarà il caso di farlo cadere questo stile? Sarà mica il caso di smetterla di temere Salvini che il giorno dopo ci resta male perché “quelli di sinistra” predicano la libertà di parola ma poi offendono?

Quelli di sinistra, ma pure quelli di destra o di centro possono dire e pensare ciò che vogliono, l’importante è che non provino a riproporre modelli 3.0 di un nazionalismo antico che questa libertà di espressione ce l’aveva portata via. Più che altro farebbe piacere vedere quelli di sinistra tornare ad appropriarsi del patrimonio culturale di questa parte anziché giocare a fare imitazioni che non fanno neppure ridere.

Da piangere c’è che il giorno prima della bufera la Cirinnà, anziché un cartello ironico, ha presentato una serissima una mozione per stigmatizzare la presenza del logo della Presidenza del Consiglio sul manifesto di Verona del congresso internazionale della famiglia (con temi tipo l’interruzione di gravidanza, il divorzio e le unioni civili, da rivedere tutti rigorosamente in chiave retrò). A firmarla esponenti del PD, PiùEuropa, fino a qualche temerario dei 5 Stelle.

Chi ha sostenuto le ragioni di quel cartello magari sarà anche fesso, ma è un fesso che tiene alle proprie ed altrui libertà e tiene alla Costituzione della Repubblica Italiana.

@lucamattiucci