di Valentina Mira

ROMA – Baudelaire nella poesia “L’albatro” si paragonava a un goffo volatile a simboleggiare il disagio dell’incompreso. Le ali grosse non ti fanno camminare e ti garantiscono prese in giro, è vero: ma appena capisci di averne un paio, magari ti permettono di volare.

🎞 Baudelaire usava l’alter ego letterario dell’albatro per parlare di sé e del suo sentirsi diverso, Tim Burton col suo Dumbo sembra fare la stessa cosa. La tematica dell’outsider, di quello che non si sente capito per una sua peculiarità fuori dal comune, salvo poi scoprire che quella è proprio la cosa che la società amerà di lui, non è argomento nuovo per il regista, come in “Edward mani di forbice”. Però questo è un sequel. Un sequel di quella parabola individualista che si risolve a sorpresa in una storia collettiva, con un’inedita e quanto mai moderna alleanza uomo-natura.

📖 Il Dumbo di Tim Burton prende in prestito una fiaba di ieri per parlarci di oggi. Il proprietario del circo che allontana Dumbo dalla madre mettendola in gabbia è una critica neppure troppo velata a Donald Trump e alle tristi note separazioni tra madri e figli al confine col Messico, che hanno fatto rivoltare non pochi intellettuali nel mondo anglosassone, una su tutte J.K. Rowling e la sua associazione per orfani Lumos.

💁‍♀️La motivazione più importante del piccolo Dumbo, la cosa che gli metterà le ali sul finale, ha proprio a che fare con la volontà di ricongiungimento con la madre. Prima deve perdere la sua piuma, però. Piuma che nel film simboleggia le illusioni infantili, e anche una certa dose di paura, come fosse una copertina di Linus a cui aggrapparsi. Dall’altra parte della piuma, però, c’è il coraggio di affrontare la realtà.

🌎 Netta anche la critica a Hollywood da parte di un Burton che non ha mai smesso di definirsi un outsider: il circo stesso, fin dal nome “Dreamland” ricorda da vicino Disneyland. C’è una scena con dei peluche tutti uguali a forma di Dumbo che simboleggia alla perfezione il modo che ha il sistema di rendere conformista perfino l’anticonformismo. Il regista sembra aver sublimato nella pellicola la sensazione che ha una persona di talento come lui ad essere sballottata ovunque per logiche di mercato, estranee alle sue corde.

👥E la consapevolezza che a una cosa del genere non ti puoi ribellare da solo, ma solo grazie a una squadra. Nel film è una sorta di armata Brancaleone, unione tra “diversi”: c’è la bambina che il padre chiama “bella” e che però ha una testa strepitosa e per quella vuole essere valutata. C’è la donna del capo, Eva Green, che alla fine si ribella alla sua condizione di subordinata e vola anche lei verso la sua rivoluzione personale. C’è l’uomo con la super forza, la donna barbuta, personaggi da circo Barnum. E poi gli animali, la natura. Tutti dalla stessa parte. Insomma: la fiaba che sembrava parlare di diversità con toni che, se solo Dumbo fosse stato una ragazzina con l’Asperger, Rita Pavone non avrebbe mancato di definire buonisti, diventa un manifesto dei nostri tempi. Buono, non buonista. Critico e mai ipocrita.

🎡 La pellicola incita i Dumbo di tutto il mondo a non sentirsi isolati né speciali, ma a riconoscere che speciali lo siamo tutti. Il sottinteso è che la differenza la fa la capacità di lottare per gli altri e con gli altri. Ognuno consapevole delle proprie peculiarità, delle proprie orecchie-adatte-al-volo.

E’ un invito a tutti i Dumbo del mondo, uniamoci. Sia mai che ce la facciamo a cambiarlo quel maledetto circo.

@valentinamira_