di Giulia Polito

ROMA – Alla fine le ruspe sono arrivate sul serio. Erano state già annunciate all’indomani dell’incendio in cui perse la vita il giovane Al Ba Moussa. Ma in realtà di ruspe si parla da molto più tempo. Sembra che siano diventate la panacea di tutti i mali. Anche a San Ferdinando occorrevano solo quelle: un’azione di Governo decisa, una delibera di sgombero da parte del Comune e al diavolo gli anni di discussione sulla baraccopoli dei braccianti agricoli. Nulla che non si possa risolvere con una spolverata e un paio di ruspe.

In pochi ricordano che la baraccopoli della vergogna nacque proprio su iniziativa delle autorità tra il 2012 e il 2013 per far fronte alle rivolte dei braccianti a Rosarno nel 2010. In principio doveva essere una soluzione di emergenza, una struttura sorvegliata che è stata negli anni abbandonata. E l’emergenza, come sempre in questo strano Paese, è diventata una dato strutturale.

Non è dunque un buon segnale che a pochi metri dalle macerie di quelle che fino a mercoledì mattina erano le baracche dei braccianti sia già sorta un’altra tendopoli. Tutta nuova e tirata a lucido, con acqua ed elettricità. Ma di nuovo un assembramento di tende. Ancora una volta, a distanza di 9 anni dalle rivolte di Rosarno, lo scenario è quello di un’emergenza.

Eppure negli anni le idee per superare definitivamente l’emergenza abitativa dei braccianti non sono mancate. A Rosarno sono state costruite 3 palazzine di edilizia pubblica con i fondi europei destinate proprio a loro. Ma le assegnazioni sono per il momento bloccate per il timore di scatenare le rivolte dei rosarnesi, come già successo in passato. E ancora: al netto delle accuse che sono state mosse dalla Procura di Locri a Domenico Lucano, l’esempio di Riace ha il grande merito di aver mostrato come le idee più semplici spesso siano anche le più efficaci. In Calabria, tra le regioni più povere e a maggiore tasso di disoccupazione ed emigrazione giovanile, non è difficile individuare comuni in via di spopolamento in cui i migranti potrebbero trovare alloggio.

Ma allora lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando era davvero necessario in questo momento? Forse sarebbe stato meglio accelerare i tempi di discussione e attendere soluzioni definitive anziché imbastire nuove tende. E soprattutto, a chi giova realmente lo sgombero di San Ferdinando? Giova alla politica della perenne propaganda, quella che sugli strascichi delle rivolte del 2010, da cui Rosarno non si è mai totalmente ripresa, ha catturato il proprio elettorale, andando a pescare nel bel mezzo di una lotta di classe in cui però i combattenti sono sempre e soltanto i poveri, calabresi e braccianti. E’ la stessa politica che scambia le vittime con i carnefici, che ha convinto i calabresi a guardare con disprezzo i migranti che ogni mattina partono alla volta dei campi delle arance e dei pomodori. Hanno rovinato il mercato del lavoro, dicono. Ancora in pochi affermano invece che ad aver distrutto il mercato sono le grandi distribuzioni e i caporali che, per inciso, a San Ferdinando sono proprio calabresi.

A San Ferdinando e in Calabria lo Stato segna da sempre alcune delle peggiori sconfitte della sua storia. Ma qui siamo ad un punto di non ritorno. E le ruspe non basteranno ad invertire le tendenze e a creare una reale programmazione dedicata allo sviluppo. Guardate cosa sta succedendo a San Ferdinando: le ruspe se ne sono andate, c’è una nuova tendopoli e già nessuno ne parla più.

@GiuliaPolito