di Valentina Mira

Una delle cose più difficili da fare è eliminare dentro di noi (e riconoscere fuori di noi) quel manicheismo da “bianco o nero”, intrinseco nel duo “vittima/carnefice”. È l’unico modo di andare avanti, però. Lo è a livello politico. Lo è anche, e non di rado, a livello personale. Ed ecco perché.

La retorica della vittima è diffusa perché affascinante. In primis per chi si rappresenta a se stesso, e di conseguenza agli altri, come tale, perché deresponsabilizza. Se sei la nipote di una vittima delle foibe, racconterai la tua verità – una verità necessariamente parziale, come tutte le verità – e ti sentirai anche in diritto di rifiutare qualunque altra interpretazione sul tema. Perché la vittima assolutizza. Esclude l’altro. La vittima può anche attaccare l’altro, perché alla base del modello c’è l’impotenza. Se ti racconti come impotente (impotente non per tua colpa, ma perché la capacità di agire ti è stata estirpata da qualcosa o qualcuno), nella tua mente non puoi ferire nessuno. E allora ferisci. A maggior ragione se sei, come nell’esempio della nipote di un infoibato, vittima per procura. Se ti senti tale per destino. Per sangue. Ma quanto è più facile? E quanto è dannoso.

La retorica della vittima è attraente anche per chi mostra empatia verso chi si racconta così: giustifica paternalismi, anche quelli fisicamente violenti. Si pensi a Luca Traini che vendica la vittima per eccellenza degli ultimi anni, Pamela Mastropietro, raccontandosi come un empaticissimo eroe.

Senza approdare in cronaca nera, si può ravvisare questa dinamica anche a livello personale. È molto più facile credere che qualcuno non ci cerchi più perché sta male, piuttosto che all’evidenza: non gli/le interessa comunicare con noi. Non abbastanza, insomma, da scrivere quel “ciao”.

Percepirsi (e percepire qualcuno) come vittima giustifica. Giustifica l’inazione: se si è legati a tal punto al passato (perché la vittima è tale in quanto ha subito traumi), si ha la giustificazione per non agire. Per non tentare di rendere il futuro migliore del presente. Per vivere di rancore, frustrazione, nostalgia per ciò che non è stato, alternando la creazione di nemici immaginari ad autonarrazioni un po’ agiografiche un po’ lamentose.

Fratello del vittimismo è il complottismo. Da cosa nasce l’idea di scie chimiche e affini? Il ragionamento del complottista è: so di non capirci nulla rispetto a certi temi (esempio, i vaccini). Non gestisco – né gestirò mai – il potere. Ma mi rendo conto che le cose vanno male. E qualcuno mi racconta che se non capisco è perché non mi vogliono far capire. Che se non agisco è perché non mi vogliono far agire.

Peccato che, una volta al potere chi ha usato questa retorica per blandirci, le cose continuino ad andare male. Chi del vittimismo ha fatto una bandiera continuerà a raccontarci di stare agendo contro i “poteri forti”. Non lo farà: creerà nemici immaginari, attaccherà innocenti. Nel contempo, si sarà preso il potere per procura di tutti quelli che da soli non hanno mai pensato di poter cambiare nulla. Diventando lui stesso – sorpresa! – un potere forte.

Come si esce dal loop tossico del ragionamento vittimista?

Con l’azione. E con il cambiamento, a partire da una messa in discussione di se stessi. L’autocritica è fondamentale: se si punta il dito solo sugli altri senza destrutturare questo pensiero dentro di sé, si sta solo reiterando la logica della vittima, sempre irresponsabile e autogiustificata a sentircisi perché “la colpa è degli altri”.

Si cambia con la convinzione che il futuro può essere diverso dal passato. Con la consapevolezza che i propri drammi, per quanto estremi talvolta e magari statisticamente rari, sono tuttavia circondati da drammi identici oppure diversi, e anche di molto peggiori.

Per riprendersi l’azione bisogna riuscire ad ammazzare la vittima che c’è in ciascuno di noi.*

@valentinamira_

*( l’autore si è ispirato al testo “Critica della vittima” di Daniele Giglioli)