di Michela Murgia 

Esiste un mondo abitato da donne e da uomini dove però solo questi ultimi possono raccontare la politica e l’economia. Non è ai confini della galassia: è l’Italia, dove il livello di marginalità dell’opinione delle donne sui temi che fanno dibattito in una democrazia sana è altissimo. Le giornaliste, pure non poche, scrivono soprattutto di costume, ma per molti questo non è un problema: se è una notizia ben data – dicono – che importanza ha chi la scrive? Sarebbe vero se i giornali con redazioni di sole donne non venissero chiamati “periodici femminili”, rivelando che laddove tutte donne si rivolgono solo alle donne, tutti uomini possono invece spiegare il mondo a chiunque.

La barriera del sessismo impedisce di riconoscere l’autorevolezza delle donne non solo per il generale maschilismo italiano, ma anche perché nelle scuole di giornalismo per anni il grado zero della comprensione degli articoli è stato la donna ignorante, la famigerata casalinga di Voghera, e mai il bracciante di Roncobilaccio.

Nel mentre in libreria la divulgazione scientifica diventava efficace solo quando l’argomento complesso riusciva a semplificarsi fino a poter essere spiegato “a mia madre/mia nonna/mia figlia”. In un paese dove la donna incarna il punto più basso della comprensione, a molti sembrerà ovvio che persino nel 2018 il mondo continuino a spiegarlo gli uomini, ma ovvio invece non è. Insistere nel farlo notare suonerà certamente antipatico, ma non è con la simpatia che si fanno le rivoluzioni.