di Valentina Mira

Leyla Güven, deputata curda è in sciopero della fame da oltre 100 giorni, per protestare contro l’isolamento del popolo Curdo e in particolare contro la detenzione del leader del PKK, Abdullah Öcalan imprigionato su un’isola e pare sottoposto a torture.

Güven ha a lungo lottato per ottenere verità e grazie alla solidarietà internazionale che le si è stretta attorno, ha permesso di far sapere all’opinione pubblica che Öcalan fosse ancora in vita. Ma lui è ancora lì, in carcere sull’isola turca di Imrali. E, come lui, migliaia di curdi vengono perseguitati e incarcerati per il solo fatto di essere, di esistere. Queste le parole di Leyla Güven in esclusiva per Il Paese Sera

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«NON MI ARRENDERÒ. La mia resistenza va avanti da 100 giorni, quella nelle carceri da 60. L’isolamento (di Öcalan, ndr) non è nuovo: continua da 20 anni e sta producendo un effetto negativo su tutti i curdi. La volontà di una persona che combatte per la pace non può essere lasciata sola su un’isola. Öcalan non ha combattuto per questo. Grazie a quest’azione di sciopero della fame cominciata da me l’isolamento di Öcalan è un po’ più visibile. Anche in passato ci sono state delle azioni, ma non hanno avuto successo come stavolta.

Una persona può resistere alla fame per 100 giorni? Sì, resiste! Ho imparato che un essere umano si perfeziona come un miracolo, grazie al potere del suo cervello. Mi sono mossa verso questo gesto, ed ero pronta a morire. Resisterei anche se non ci fosse l’isolamento, e poiché ci credevo, il mio cervello mi governava. Sto resistendo a questa ingiustizia contro l’illegalità. Se non mi arrendo io, il mio corpo non si arrenderà prima di me.

Il centesimo giorno, sia io che i nostri delegati stiamo ancora resistendo. Quando ho messo a disposizione il mio corpo per il gesto, ero convinta di continuare fino alla morte di quel corpo. O avrei avuto successo o mi sarei abbandonata alla morte fino alla fine dell’isolamento. La pace interiore e il conforto della mia mente hanno dominato il mio corpo. Sono consapevole del deterioramento dei miei organi, ma questo non toglie nulla al mio morale e alla mia forza. Mi sento bene perché ho fatto qualcosa, perché ho agito di fronte a questa ingiustizia, a questo atto illegale. Il mio corpo non terminerà senza il mio permesso.

GLI INDIFFERENTI MI UCCIDONO! Mi uccide chi rimane in silenzio di fronte a quest’azione. Un’azione che è una prova per la comunità. Quelli che oggi non vogliono affrontarla, domani non dovranno dire di essere dei difensori dei diritti umani. Se una donna crede, nessun potere può impedire a quella donna di portare avanti i valori in cui crede. Perché quando le donne credono in qualcosa la portano sicuramente avanti fino alla fine.

Naturalmente mi piacerebbe anche vedere la pace, mentre sono in vita in questo paese. Tuttavia, se devo pagare un prezzo lo farò, e senza battere ciglio. Continuo con grande morale e fede. Ricevo dozzine di lettere dalle prigioni e ogni amico imprigionato nelle carceri è mille volte più libero di quelli che stanno fuori. In effetti, solo quelli che sono stati isolati hanno smesso di resistere. Mi tiene in vita la resistenza delle prigioni sotto la guida delle donne e la loro continua, imperitura resistenza.

Le marce del centesimo giorno sono delle azioni portate avanti sotto la guida delle donne. Sì, se la donna crede sia possibile, il mondo cambia. Se la donna crede sia possibile, la pace arriva, e una grande tolleranza domina il mondo. O vivremo liberi, o niente».

*Il messaggio è stato inoltrato in data 15 Febbraio 2019. Oggi, 6 Marzo 2019, Leyla Güven è ancora in sciopero della fame. Traduzione a cura di Sait Dursun.

(foto: dalla pagina Facebook di Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus)