di Redazione Online

ROMA – E’ il grasso vegetale più amato dalle industrie agroalimentari per via della sua struttura chimica, che garantisce un’ottima conservabilità, e perché è insapore. E soprattutto, perché costa poco. Ma dietro i costi bassi si nasconde sempre una ragione, il più delle volte non giusta. L’allarme sugli effetti della produzione intensiva di olio di palma gli ambientalisti lo hanno lanciato già da diversi anni. Una denuncia che è valsa qualche risultato. Nel 2014 ad esempio è entrata in vigore la direttiva europea sull’etichettatura dei cibi che ha stabilito l’obbligo di specificare tutti gli ingredienti contenuti nei prodotti, olio di palma compreso (fino a quel momento celato dietro una voce generica “oli e grassi vegetali”). Adesso si iniziano a vedere i primi risultati anche sulla deforestazione.

🔥A raccontarlo è l’Economist. Nel corso degli anni sono state messe insieme enormi piantagioni di palme. E’ accaduto soprattutto in Indonesia, primo produttore di olio. Le foreste riconvertite in questa zona sono ricche di torba, una deposito che rappresenta lo stadio iniziale del carbone. Ogni incendio appiccato rilascia una quantità devastante di co2 nell’aria, con serissime conseguenze per tutto l’ambiente.

🐦In circa 40 anni sono stati rasi al suolo migliaia di chilometri quadrati di foreste che hanno ceduto il passo alle piantagioni, causando enormi danni alla biodiversità. Dopo anni di dure contestazioni e di campagne ambientaliste massicce la situazione inizia a migliorare. In Indonesia il 2017 è stato l’anno con il più basso tasso di deforestazione degli ultimi 20 anni. Intanto resta un nodo da sciogliere, quello che riguarda l’utilizzo dell’olio di palma nei biocarburanti su cui ancora oggi è aperto il dibattito in Europa e in cui coinvolta è anche l’Italia.

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