di Valentina Mira

ROMA – Nel cuore del quartiere Appio Latino a Roma fiorisce la speranza. E la speranza è autoironica, a quanto pare: si chiama Vale la Pena ed è un pub. Precisamente, è il primo punto vendita in Italia che si occupi di economia carceraria a 360 gradi. Se è vero, infatti, che esistono molti progetti che permettono ai detenuti di imparare un mestiere, cosa succede quando tornano finalmente liberi e devono trovare un lavoro? Lo stigma sociale sulla prigione è così grande che i datori di lavoro li trattano da scarti e non danno loro una chance. Il pericolo, concretissimo (il 70% della popolazione carceraria rientra in questa casistica), è che la persona trattata in questo modo non possa fare altro che delinquere per sopravvivere. È per questo che nasce il pub Vale la pena.

🍔 Autoironico, si diceva, come nella miglior tradizione romana. Dallo slogan «Nun ve fate beve, ve famo beve noi» (a Roma “andare bevuti” vuol dire essere arrestati), ai nomi di birre e panini: Regina Birrae, reciDipa, Er Gastolo, per citarne qualcuno. Al Vale la pena lavorano tre dipendenti, due in esecuzione penale. Si respira umanità, oltre che qualità. C’è dell’ottimo cibo anche per chi è vegano, vegetariano, celiaco. Insomma: un posto che non discrimina nessuno. Nell’Italia del “lasciamoli marcire in carcere”, è ossigeno scoprire che Roma ospita un laboratorio così importante per l’applicazione di quello che la Costituzione prescrive all’articolo 27, e cioè che la pena non è afflittiva, non è vendetta, ma rieducativa.

💁‍♂️ «Non è stato facile», racconta Paolo Strano, uno dei fondatori, «Non venendo dal terzo settore e non avendo nessun tipo di legame politico o religioso, all’inizio abbiamo scelto di fondare una piccola e atipica impresa sociale». Così hanno aperto un birrificio artigianale e hanno ottenuto un cofinanziamento del Miur e del ministero della Giustizia. Peccato che a soli cinque mesi dall’apertura, la Asl abbia chiuso l’attività perché il luogo in cui si trovava, peraltro indicato dal Miur, non era a norma. «Avevamo nove detenuti e abbiamo vagato per due anni», racconta Paolo. C’era la tentazione di arrendersi: «Potevamo dirci “in questo Paese non si può fare” e mollare, oppure continuare a provare». Hanno continuato a provare. Hanno vinto un premio di innovazione sociale, si sono resi conto che «come noi, cioè piccoli, “sgarrupati”, che però fanno una cosa bella e utile per tutti quanti, ce ne sono tanti altri che soprattutto dentro le carceri fanno questi progetti produttivi».

🍻 Il “format” del Vale la pena, nato a ottobre 2018, è assolutamente replicabile altrove. È, anzi, auspicabile che sia così. Non solo perché quella birra e quel cibo di altissima qualità sono prodotti in carcere, non solo perché ci lavorano persone in regime di esecuzione penale e conoscerle ti fa dubitare di quella visione “buoni-cattivi” tanto in auge, ma anche per un fatto che non viene mai considerato: i costi. Un progetto del genere fa risparmiare moltissimo alla società. Evitare la recidiva significa anche evitare i costi processuali, oltre a quelli legati al carcere. «Parliamo di 8 euro risparmiati per ogni euro investito in un progetto di contrasto alla recidiva», spiega Paolo Strano. È il caso di dire, meglio una reciDipa che una recidiva. E che, soprattutto, un posto così ne Vale la pena.

@valentinamira_