di Enrico Bertolino

Circa tre anni fa, mi trovavo in Spagna per presentare un evento aziendale e, come spesso accade in simili circostanze, ebbi l’onere e l’onore di presentare un relatore chiamato a tenere un intervento dal titolo “Open Innovation”.

Confesso che inizialmente mi parve la solita abile mossa di qualche Guru americano per vendere come nuovo, un concetto abbastanza ovvio e datato. Dopo aver sentito però l’intervento del Professor Henry Chesbrough sull’Open Innovation, ovvero come fare innovazione utilizzando creatività ed usufruendo della tecnologia, mi sono alquanto ricreduto ed ho capito una cosa: a volte, dietro i titoli semplici e apparentemente scontati, ci sono dei concetti altrettanto semplici, ma innovativi e spesso non considerati forse proprio perché ad un primo sguardo troppo semplici.

In buona sostanza la teoria dice: se le aziende che vogliono fare innovazione, invece di rinchiudersi tra le proprie mura (Closed Innovation) per timore di plagio o peggio ancora di furto del capitale intellettuale, si aprissero all’esterno (Open Innovation) e collaborassero con Università, Istituti di Ricerca, l’innovazione non sarebbe solo una fonte di guadagno, ma uno strumento di apprendimento formidabile, e permetterebbe alle imprese di crescere sia in creatività che in profitto, alimentando nel contempo la condivisione e la crescita del sapere, fidelizzando i collaboratori non solo a livello economico ma con l’arricchimento continuo delle proprie competenze e conoscenze.


Alla fine resta un quesito: e se applicassimo questa teoria anche alle persone? Ovvero se decidessimo che si cresce e ci si (R)Innova soltanto attraverso il confronto con gli altri, e che più questi altri son diversi da noi e più sia maggiore la possibilità di (R)Innovarsi? Credo che la scelta sarà soltanto nostra, come persone, tra il sovranismo culturale e l’innovazione personale.

Ciò che temo è solo che, qualunque scelta si compia, sarà poi molto difficile tornare indietro.

Buon lavoro a tutto “Il Paese Sera”.