di Anna Toro

ROMA – Si avvicinano le elezioni. Da tempo le parti politiche in campo hanno adottato una certa retorica anti-straniero: tutte, chi più chi meno, da destra a sinistra. Perché ormai è un dato di fatto che parlare alla pancia degli elettori premia in termini di voti. Soprattutto i cittadini più poveri, i disoccupati, quelli delle periferie dimenticati dalle istituzioni, vedono nell’immigrato la fonte di tutte le loro miserie. Così una notte si organizzano. Sono un centinaio, scendono in strada e iniziano a protestare. Ma presto la rabbia dilaga e la protesta si trasforma in un pogrom: assaltano la comunità straniera residente, regolari o irregolari fa lo stesso, cacciano uomini, donne e bambini dalle loro case e accampamenti di fortuna, bruciano le le abitazioni, i negozi di alimentari e le piccole attività commerciali.

👥 Succede in Sudafrica, in un quartiere della periferia di Durban. Il picco di violenze è avvenuto la notte tra il 30 e il 31 marzo: una donna è morta, caduta da un tetto mentre stava scappando dai manifestanti, e si parla anche di altri due morti tra gli immigrati per ferite da arma da fuoco. Dopo l’assalto e i roghi, oltre cinquanta persone sono rimaste senza casa e hanno cercato rifugio nella moschea vicina e nella stazione di polizia. Grazie alla mediazione di polizia, religiosi e ong presenti sul posto la situazione è tornata alla calma, ma non è la prima volta che in Sudafrica – lo Stato in cui l’apartheid è stato abolito nel 1994 con l’elezione di Nelson Mandela – accadono fatti del genere. E’ successo nel 2005, a Johannesburg e Durban, e soprattutto nel 2008, quando la violenza xenofoba fece più di 60 morti. Gli immigrati presi di mira vengono dalla Nigeria, dal Kenya, dallo Zimbabwe, dal Malawi e da altri paesi limitrofi, in genere accusati di “rubare il lavoro” ai sudafricani e di dedicarsi ad attività criminali, come il traffico di droga e il furto.

👣 Nonostante la fine dell’Apartheid, infatti, la povertà in Sudafrica è ancora largamente vissuta dalla popolazione nera, e il paese ha tassi di disoccupazione altissimi (oltre il 27 per cento). Così, con le elezioni previste per l’8 maggio, lo straniero è diventato il perfetto capro espiatorio anche per la politica, che è tornata a soffiare sul fuoco. Lo stesso presidente Cyril Ramaphosa lunedì ha condannato gli attacchi, ricordando ai sudafricani il debito di gratitudine che devono ai loro vicini africani per il loro sostegno durante la lotta contro l’apartheid. Eppure, in campagna elettorale non ha mancato di attaccare gli immigrati accusandoli di creare attività senza licenze e permessi. Mentre l’opposizione ha fatto della “chiusura dei confini” una parte fondamentale del proprio manifesto elettorale, e i partiti più piccoli stanno seguendo la scia per provare ad emergere, sicuri del tornaconto.

📄 E dire che, proprio il 25 marzo scorso, il governo ha lanciato il piano d’azione nazionale per combattere la xenofobia, il razzismo e la discriminazione. Sviluppato insieme alla società civile, punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, migliorare l’accesso alla giustizia e assicurare una maggiore protezione per le vittime. Ma per sperimentarne gli effetti bisognerà probabilmente attendere.

@annaftoro