di Anna Toro

ROMA – Il pugno di ferro del governo e una repressione brutale non sono bastati a fermare le proteste dei cittadini sudanesi contro il presidente Omar Hassan Al Bashir. Una rivolta che va avanti ormai da tre mesi in tutto il Sudan, con i dimostranti che si sono trovati a doversi difendere da lacrimogeni, granate, violenze e arresti indiscriminati: ong e gruppi della società civile parlano di oltre sessanta morti, mentre dal 22 febbraio è in corso lo stato di emergenza dichiarato dal governo, che non ha fatto che inasprire gli scontri.

👩‍💼E’ cominciato tutto nel dicembre del 2018, quando i cittadini hanno dato vita alle prime proteste contro il carovita e, in particolare, contro l’aumento vertiginoso dei prezzi del carburante e del pane. Il malcontento si è presto allargato in tutto il paese, assumendo un’accezione più politica, fino alla richiesta di dimissioni del presidente Bashir (al potere dal 1989 a seguito di un colpo di stato militare). Una protesta che ha delle radici ben precise, a partire dall’indipendenza, nel 2011, della parte meridionale del paese – diventata la Repubblica del Sud Sudan – che ha privato il Sudan della maggior parte delle sue riserve petrolifere. Da allora l’economia ha continuato a precipitare, provocando un aumento insostenibile del costo della vita e un’inflazione stimata oggi al 70 per cento. A vivere in condizioni di povertà, secondo stime del 2018 sarebbe quasi la metà della popolazione, ma il malcontento parte anche dalle classi medie: riuniti nella Sudanese Professional Association, insegnanti, medici, avvocati, giornalisti, professori universitari sarebbero infatti tra i principali organizzatori delle proteste di questi mesi.

E mentre il governo continua a dare la colpa della crisi economica alle potenze straniere – in particolare alle sanzioni degli Stati Uniti che nel 1997 hanno inserito il Sudan nella lista dei paesi che finanziano il terrorismo – il caos continua a espandersi. Tanto che Bashir è stato costretto a un nuovo rimpasto di governo, così come ad effettuare alcune concessioni – tra cui la rinuncia a correre alle elezioni del 2020 – forse ormai fuori tempo massimo. Una situazione esplosiva, su cui però l’attenzione mediatica e internazionale è stata fino ad ora scarsa. L’Europa, in particolare, è rimasta cauta dati i progetti con il Sudan nell’ambito della gestione dei migranti, in parte finanziati dall’European Trust Fund per l’Africa. E poi ci sono gli accordi di collaborazione informale con le forze di polizia da parte degli stati membri – Italia in primis – per l’organizzazione dei rimpatri forzati. Accordi con un presidente, Omar Hassan Al Bashir, su cui tra l’altro spiccano due ordini di arresto internazionali da parte della Corte penale internazionale dell’Aja, nel 2009 e nel 2010, per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a partire dal 2003.

@annaftoro

(foto: Agenzia di stampa DIRE)