di Luca Mattiucci

ROMA – La sfida è appena iniziata ed è tutta in salita. Di buono c’è che un risultato così riaccende l’idea che il Partito Democratico non sia morto e che una resistenza al sovranismo esista sul serio. Ma ci vuole tempo e ce ne vorrà tanto.

La vittoria di Nicola Zingaretti con una percentuale quasi bulgara del 65% di voti su poco meno di due milioni di persone pesa in positivo, ma la partita che comincia ora è tutt’altro che semplice.

Divenire segretario con 1,3 milioni di voti, reali e non virtuali in questo caso, è una responsabilità enorme che, se da una parte mette all’angolo le correnti interne al partito da Roberto Giachetti a Maurizio Martinapassando per Ascani e De Luca con cui il dialogo va di certo mantenuto ma gestito con attenzione, dall’altra porta con sé un concetto chiaro ed inequivocabile: mani libere per il nuovo segretario.

Il che è un bene, ma con la consapevolezza che militanti, simpatizzanti e colonnelli d’ora in avanti giudicheranno le scelte del partito sapendo che esiste una responsabilità certa.

Un PD di nuovo a sinistra che sappia essere inclusivo

Ma le carte del neo-segretario per adesso sembrano in regola. Nessuna promessa di rivoluzioni epocali fin qui, come nel caso del fu Renzi che, abbandonata l’idea del partito solitario per assenza di fondi ed appoggi, ora è alle prese con i nervosismi della corsa alla riconferma di Dario Nardella a Sindaco di Firenze.

Qui la scuola è quella del PCI, una formazione politica che lo ha accompagnato per tutto il suo percorso fin da giovanissimo. La stessa che gli è valsa più di un nemico interno per il timore di una virata eccessiva a sinistra. Eppure proprio in questa scelta potrebbe stare il successo di Zingaretti.

Una virata che però dev’essere in grado di tirarsi dietro civismo, progressisti, mondo cattolico e sopratutto movimenti e centri sociali. La base, quella di cui tutti parlano e di cui però nessuno nel Partito degli ultimi anni sembra essersi ricordato una volta salito sul carro.

Un’operazione complessa che non deve perdere di vista il suo duplice obiettivo: ridare senso a quel marchio che è il PD ormai senza identità e creare una tenuta di piazza come quella che per adesso si è solo intravista a Milano con #primalepersone, opera sapientemente condotta da Pierfrancesco Majorino nella veste di alfiere lombardo del progetto del neo-segretario.

Si gioca su più tavoli e i conti in rosso del partito non soffiano a favore. Ma la ricetta Zingaretti fin qui ha funzionato grazie ad una macchina snella che non contempla cerchi magici. Solo, appunto, alfieri scelti bene in base alla necessità. Da Stefano Del Giudice ai Comitati di Piazza Grande di Massimiliano Smeriglio, fino all’area cattolica della Comunità di Sant’Egidio – Community of Sant’Egidio con Paolo Ciani.

Un pragmatismo che unito al ruolo di mediatore, ancor prima che politico da social o da oratore, gli ha permesso di sedere per due volte caso unico sulla poltrona del Lazio.

Di contro una riorganizzazione di partito difficile metterà a dura prova la nuova segreteria e le scadenze elettorali sono imminenti. Senza contare la tentazione di un possibile Governo con i cinque stelle o in alternativa un avvicinamento con l’area di minoranze dei pentastellati. Nulla di più sbagliato per una realtà che deve imparare ad ammettere le proprie sconfitte, imparare a stare all’opposizione e imparare a ricostruirsi con serietà e autocritica.

L’unica strada percorribile sarà quella di una rete vera capace di tenere assieme le anime di una sinistra orfana di riferimenti.

Non un guazzabuglio pigliatutto, ma un disegno più ampio e di lungo periodo di resistenza civile capace di mettere “dentro” energie vecchie e nuove attorno ad un’idea politica costruita su logiche, dopo molto tempo, di sinistra. Moderne va bene, ma di sinistra.

Giochi, equilibri, relazioni, certo. Ma senza dimenticare che un partito che si dice di sinistra trova la sua linfa e la sua morte nei quartieri, nelle sezioni, tra le persone. Un’altra Italia esiste è vero. Ma fino ad ora questo partito lo ha dimenticato e non è detto che quell’Italia torni a dargli fiducia restando spettatrice di spartizioni e potentanti che non guardano all’interesse comune.

@lucamattiucci