di Maurizio Franco

LATINA – Le città sono incistate nelle campagne dell’Agro Pontino senza soluzione di continuità. Latina. Sabaudia. E Terracina. Un triangolo di terre tra i più fertili del Paese. Dove gli strati di cemento e calce delle fasi di urbanizzazione che hanno interessato la zona si sciolgono nelle spianate di terriccio umido, cocomeri e insalata. Visto dalle alture di San Felice Circeo, l’Agro Pontino è una distesa quadrettata di coltivazioni. Capannoni e serre a perdita d’occhio.

Amrit (nome di invenzione) va a lavoro in bicicletta. Ha le scarpe sporche di terra, un cappello con la visiera consumata e una maglietta arancione stinta dal sole. È di religione sikh e proviene dal Punjab, uno Stato nella regione nord occidentale dell’India. Una stringa di fiumi e terre che occupa il 2 per cento della superficie complessiva del subcontinente. All’alba, Amrit esce di casa. Percorre le strade alberate di Sabaudia. Pedala per qualche decina di minuti e arriva all’azienda agricola dove lavora.

Amrit è chino a raccogliere ravanelli per 12 ore al giorno. Li accatasta nei cassoni per 4 euro l’ora. Uno stipendio ben al di sotto degli standard previsti dalla normativa italiana che sancisce per ogni ora di lavoro – obbligatoriamente 6, secondo il contratto provinciale in agricoltura – 9 euro di salario. Amrit è regolarmente assunto. Ma è uno schiavo. Come lui sono oltre 10 mila i lavoratori Sikh impiegati nelle terre dell’Agro Pontino. «È un fenomeno capillare che infetta tutta l’area della provincia– dichiara Stefano Morea, il segretario della Flai Cgil di Latina, il sindacato più attivo e combattivo nella piana bonificata durante il regime fascista – molti lavoratori sono a rischio e vivono una condizione inequivocabile di precarietà esistenziale».

Stefano Morea e Hardeep Kaur, sindacalisti della Flai Cgil di Latina

Ci sono all’incirca 10 mila aziende nella provincia di Latina. Soprattutto di medie dimensioni. Che variano dai 10 ai 400 ettari. «Assistiamo però ad un processo di concentrazione della proprietà fondiaria. Aziende che inglobano terreni e si ingrandiscono. In questo territorio sono presenti anche molte cooperative senza terra e società la cui produzione è finalizzata alla quarta gamma» dice il segretario della Flai Cgil territoriale, riferendosi all’ortofrutta già lavata e imbustata. Un settore in espansione che – come raccontano Fabio Ciconte e Stefano Liberti ne Il Grande Carrello (Laterza) – «vende tempo libero» ai consumatori.

Molte aziende – secondo quanto riporta il sindacalista – si lamentano del peso della Grande Distribuzione organizzata sulle dinamiche economiche dell’intero comparto. I ravanelli raccolti da Amrit vanno a finire negli hangar del Centro agroalimentare di Fondi (Mof), il più grande mercato ortofrutticolo d’Italia, o negli scaffali dei supermercati. Alla radice dei problemi i prezzi troppo bassi imposti dalle insegne della distribuzione moderna e dai grossisti. Oltre a gabelle e sconti che falcidiano i margini di guadagno degli imprenditori agricoli. Che a loro volta spremono i lavoratori, l’anello più fragile di tutta la macchina produttiva.

Lo sfruttamento è stampato nella filigrana delle buste paga dei lavoratori. Le giornate registrate sono inferiori rispetto a quelle veramente lavorate. Non tornano i conti e i magri stipendi percepiti dai braccianti sikh non restituiscono la verità dei fatti. E neanche la dignità del sudore versato nella campagne dell’Agro Pontino. Con vessazioni e intimidazioni continue perpetrate per rendere docile e ricattabile la nuova classe operaia del mondo agricolo. Il lavoro nero c’è ma è stato soppiantato dal grigiore dei contratti fittizi. Che fanno da argine alla legge 199 del 2016 – la cosiddetta norma anti-caporalato – che colpisce duramente le aziende agricole che usufruiscono dell’intermediazione illecita di manodopera.

Una filiera della mistificazione che coinvolge aziende, datori di lavoro, commercialisti e sindacalisti. I furgoni su cui viaggiano stipati i lavoratori esistono ancora. Il caporale – in molti casi della stessa nazionalità dei braccianti – è uno dei nodi fondamentali nella catena dello sfruttamento. Ma un’armata di colletti bianchi ha fatto l’ingresso nella contabilità di svariate aziende. Cambiando numeri e alterando delle diciture. Così nella cortina di fumo della legalità si annida lo spettro della schiavitù.

Il Paese Sera ha visionato le buste paga di alcuni braccianti che lavorano nell’Agro Pontino. Scartoffie che descrivono un sistema ben rodato. Con una decina di giornate in media riportate ogni mese e poche centinaia di euro. Ad esempio i documenti di un bracciante sikh attestano che in prossimità del rinnovo del permesso di soggiorno, l’azienda agricola gli avrebbe riconosciuto qualche giornata in più. Oppure il caso di due lavoratori africani: sulle rispettive buste paga sono state segnate una e quattro giornate di lavoro.

Dati che certificano veri e propri dislivelli salariali in base alla nazionalità dei braccianti. La fatica di un operaio agricolo rumeno è più remunerativa rispetto agli sforzi di una lavoratore sikh. Circa 5 euro l’ora contro i 3,50/4 euro per il raccoglitore proveniente dal Punjab. Le mansioni sono le stesse. È la contrattazione che muta. Mentre lo scalino stipendiale più infimo è occupato dalla manodopera di origine africana. «Sono richiedenti asilo reclutati nei centri d’accoglienza con salari da fame. Scarsamente sindacalizzati e pronti ad accettare qualsiasi condizione. In questi ultimi anni, tra le fila degli sfruttati, è in corso una sorta di “sostituzione etnica” nelle campagne» dice Stefano Morea.

Per fronteggiare il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato, la Regione Lazio ha siglato a gennaio 2019 un protocollo d’intesa “Per un lavoro di qualità in agricoltura” con le organizzazioni sindacali e datoriali. I punti qualificanti della sperimentazione sono il trasporto pubblico gratuito per i lavoratori e l’incrocio tra la domanda e l’offerta. Ciò sarà possibile – oltre all’apertura di nuovi sportelli nei centri per l’impiego della provincia di Latina – con la nuova App FairLabor: elenchi di prenotazione digitalizzati dove lo scambio di dati tra braccianti e datori di lavoro avviene attraverso uno smartphone.

Il Residence Bella Farnia Mare

Dopo ore passate nei campi, Amrit ha terminato il suo turno. Inforca la bicicletta e si allontana pedalando sull’asfalto che porta verso casa. Il Residence Bella Farnia Mare è un isolotto bianco immerso nei marosi della macchia pontina. Un complesso di villette turistiche decaduto. Dove oggi vivono ammassati centinaia di braccianti sikh. Un posto letto arriva a costare 150 euro al mese. E in media in ogni appartamento – ricavato nelle casupole che ruotano attorno ad un atollo di cemento – vivono cinque o sei persone. Alcuni ragazzi giocano a calcio in una piazzola circondata da una vegetazione incolta. Qualcuno davanti all’uscio di casa parla con qualche amico. Il turbante e una camicia leggermente sbottonata. Le biciclette sono legate una di seguito all’altra. Due ragazzi di origine indiana ascoltano musica rap dentro una macchina parcheggiata.

Bella Farnia è un ghetto legalizzato. Fisicamente separato dal contesto sociale e urbano di Sabaudia. Nascosto tra gli alberi. Invisibile. A differenza delle baraccopoli di Rosarno in Calabria o di Borgo Mezzanone in Puglia, sembra che gli “autoctoni” non percepiscano un allarme sociale. Qui ciò che potrebbe essere interpretato come degrado non desta scalpore. Il residence è un ghetto normalizzato nell’opacità dei flussi economici che si susseguono nel territorio.

Ogni settimana la Flai Cgil è presente nello spiazzo di cemento del complesso residenziale con un proprio furgone. Fornisce assistenza legale e sindacale ai lavoratori. Il progetto è una delle diramazioni del “sindacato di strada”: un intervento capillare nei luoghi di lavoro e nella quotidianità degli operai agricoli.

«A Bella Farnia intercettare i lavoratori è molto più facile. Si sentono più liberi di parlare. Chiedono aiuto per sbrigare alcune pratiche. Ci chiamano per leggere alcuni documenti. In pochi conoscono l’italiano» racconta Hardeep Kaur, sindacalista della Flai Cgil e mediatrice culturale. Di origini indiane è un punto di riferimento per i braccianti della zona. Ed è il caso di Bharat e di Ela (nomi inventati) con in braccio il figlio neonato. Vorrebbero avere delle agevolazioni. Bharat ha una cartellina ricolma di fogli e ascolta le parole di Hardeep Kaur. «Cerchiamo di supportare i lavoratori in ogni modo e di capire la loro situazione. Non è facile, hanno mille ritrosie e riserve. Noi facciamo il possibile per dare delle risposte ai loro bisogni» dice la sindacalista. Nel frattempo – mentre il sole si infrange tra le secche dell’Agro Pontino – si è creata una fila di persone incolonnate davanti al furgone. Silenziose aspettano il proprio turno.

Reportage Agro Pontino: puntata 1 – continua…


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