di Linda Dorigo

ROMA – Più di 260mila elefanti uccisi dal 1970. Il Giappone è il principale mercato legale di avorio al mondo. Un primato conquistato a suon di hanko, i timbri utilizzati per firmare contratti, transazioni e qualsiasi documento necessiti di una firma ufficiale. Gli hanko sono diventati popolari negli anni ’70 grazie a una campagna di marketing studiata dall’industria dell’avorio per aumentarne le vendite. Da allora il materiale, ricavato dalle zanne degli elefanti, si è insinuato nella società giapponese modificandone il gusto e facendo diventare il paese del sol levante il più grande importatore di avorio della fine del ventesimo secolo. La legge nipponica però non è stata in grado di prevenire il riciclaggio dell’avorio illegale sul mercato domestico perché gli hanko sono molto richiesti e il processo produttivo non è regolato a sufficienza.

La EIA, l’organizzazione non governativa per l’investigazione di crimini contro l’ambiente, ha condotto nel 2018 un’indagine sul mercato dell’hanko giapponese scoprendo che oltre la metà dei rivenditori di hanko intervistati erano disposti a vendere i timbri pur sapendo che erano destinati all’esportazione. La maggior parte di questi non sapeva che l’esportazione fosse illegale, ma anche chi ne era a conoscenza non sembrava intenzionato a modificare il proprio business. Questo a dimostrazione che la campagna di sensibilizzazione condotta dal governo di Tokyo un anno prima per prevenire e scoraggiare le attività illegali non aveva prodotto grandi risultati.

Il mercato degli hanko resta quindi inondato da abusi e disinformazione, e anche nella legge sul mercato domestico non mancano le scappatoie per legalizzare l’avorio senza prove di acquisizione e origine riconosciute. Il team dell’organizzazione TRAFFIC che si occupa della conservazione della biodiversità e dello sviluppo sostenibile, in un report di fine 2017, ha rafforzato la conclusione che il Giappone è diventato una fonte illegale di avorio per i mercati in Asia orientale, Cina in testa. Le pressioni non sono mancate e organizzazioni di attivisti chiedono di mettere fine a un mercato che contribuisce alla caccia illegale di elefanti e al commercio internazionale di avorio, vietato dal 1989 dalla CITES, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate.

Oltreoceano le leggi europee proibiscono la vendita dell’avorio risalente a dopo il 1990, e stabiliscono che quello tra gli anni 1947 e 1990 possa essere venduto solo se accompagnato da certificato. Ma le stesse leggi permettono il commercio di quello lavorato prima del 1947 senza restrizioni. Uno stratagemma messo sotto indagine da Avaaz. Un anno fa l’organizzazione ha commissionato all’Università di Oxford uno studio dal quale è emerso che il mercato di avorio in Europa è una copertura per il traffico di quello illegale. I risultati, ottenuti analizzando più di cento articoli, hanno dimostrato che un quinto degli oggetti proviene da elefanti uccisi dopo il divieto del 1989, e che quasi tre quarti risalgono a dopo il 1947. Se il Commissario europeo per l’Ambiente Karmenu Vella ha definito quello di Avaaz “uno studio importante”, ben poco ha fatto seguito alle ricerche dell’organizzazione.

A inizio anno anche il WWF ha lanciato una petizione per mettere al bando il commercio domestico di avorio, ancora permesso in molti paesi tra cui l’Italia. «Per l’Unione Europa il tema del commercio dell’avorio non è centrale – spiega Isabella Pratesi, direttrice del settore conservazione di WWF Italia – ma una presa di posizione sarebbe un segnale quantomeno simbolico. Dal canto nostro abbiamo lavorato sul tema della sensibilizzazione: la gente non è ancora consapevole che l’opera di distruzione del patrimonio ecologico messa in atto dagli inizi del secolo scorso è irreversibile».

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