Taranto, vivere all’ombra dell’ex Ilva

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di M. Franco e F. Poltronieri

TARANTO – Il metallo dei guardrail è rosicchiato dalla ruggine. La vernice sui cartelli è una crosta essiccata. Colori butterati e dai contorni sbiaditi. Una patina rossa avvolge l’asfalto della strada che introduce alla città. Un rosso pruriginoso: di polvere oramai annidata nelle fibre organiche e inorganiche che costituiscono il Dna di Taranto. Minerali e acciaio che mordono la costa jonica irrorata di sole. Sull’orizzonte – mentre la città vecchia fa capolino con i suoi palazzi sventrati – si staglia la mole cristallina dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa. L’ex Ilva. Quindici milioni di metri quadrati di ciminiere e tubi. Che sputano un condensato inquinante di “idrocarburi policiclici aromatici”. Fumo e combustioni che hanno segnato la storia di Taranto.

L’ex Ilva di Taranto dalla strada che porta al cimitero

L’acciaieria è conficcata tra le vertebre della splendida città pugliese. Simbolo dei processi di industrializzazione che hanno investito l’Italia negli anni ’60. Oggi gestita da ArcelorMittal, il colosso internazionale della siderurgia. Che ha minacciato di lasciare gli impianti se il governo pentaleghista non cambierà la norma che elimina di fatto l’immunità penale per reati ambientali a chi tiene in mano l’eredità della famiglia Riva.

La chiusura o il rilancio dell’ex Ilva è una questione secolare per Taranto. Veleno nei polmoni e lavoro garantito per molte generazioni.

«L’unica alternativa e l’unica soluzione per Taranto è la chiusura dello stabilimento siderurgico. Lo chiedevamo quando si chiamava Ilva e continuiamo adesso che si chiama ArcelorMittal. Per questo circa un anno fa abbiamo messo a punto il progetto “Piano Taranto” nel quale descriviamo la situazione, qual è il percorso per arrivare alla chiusura, dove sono i fondi. Cosa si può fare e come» dichiara Piero Piliego di Giustizia per Taranto, un percorso collettivo composto da associazioni e singoli cittadini saldato dopo la manifestazione del 25 febbraio 2017 contro le richieste di patteggiamento di alcune società del gruppo Riva nel processo Ambiente svenduto.

Il 24 giugno 2019 gli attivisti della rete sono scesi in piazza per contestare il Ministro Luigi Di Maio. «Ci siamo illusi in tanti alle ultime elezioni politiche per il movimento 5 stelle. Ci ha fatto credere che la pensava come noi. Che remava nella nostra stessa direzione – afferma Piliego -. A Taranto, alle ultime politiche, circa il 50 per cento dei voti è andato al Movimento 5 stelle».

Il Ministro della salute, Giulia Grillo, ha dichiarato che «nell’area di Taranto i ricoveri ospedalieri per le leucemie infantili registrano un trend in aumento nel periodo 2014-2017 per i soggetti tra 0 e 19 anni». E che i dati più specifici saranno presentati il 5 luglio.

PeaceLink, un’associazione che ha scoperchiato la cappa di silenzio che gravava sull’acciaieria, ha mostrato al mondo il dramma dell’inquinamento. Con dati non ancora smentiti. «Nel 2005 abbiamo scoperto che a Taranto c’era tanta diossina quanto l’8 o il 9% di tutta la diossina industriale europea» dice Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink. «Abbiamo scoperto ad esempio che a Taranto l’acciaieria agli inizi degli anni ’60 è stata costruita al contrario. Con l’area più inquinante, la cosiddetta area a caldo, più vicina al quartiere. Come se non bastasse, l’acciaieria è stata raddoppiata a metà degli anni ’70. E per di più, nel 2000, hanno pensato di trasferire l’area a caldo di Genova a Taranto credendo di trovare un’opinione pubblica passiva e rassegnata, pronta ad accettare tutto, anche i tumori che a Genova non volevano più».

Il cimitero di San Brunone nel quartiere Tamburi

Al cimitero di San Brunone le cappelle sono rosse. Come le lapidi lungo il viale del campo santo. O come le mura che ne segnano il perimetro. La gente del quartiere Tamburi dice che lasciare intatto il marmo delle pietre tombali è praticamente inutile. Così una tinteggiata di rosso restituisce un’omogeneità di fondo alle file sepolcrali. La fuliggine è letteralmente attaccata alla carne dei morti.

Il quartiere Tamburi ospita il cimitero. Il rione è sormontato dallo stabilimento siderurgico. È schiacciato dal peso dell’ex Ilva. Le palazzine popolari sono separate dalla cresta fiammante dell’acciaieria da una rete sfilacciata (che avrebbe dovuto frenare le polveri sottili), dalle collinette “ecologiche” (anch’esse avrebbero dovuto limitare la diffusione del particolato) e da una strada. All’incirca 200 metri di distanza. L’altoforno è il dirimpettaio di decine di famiglie.

«Adesso ci ritroviamo con due scuole chiuse nel quartiere. Ci sentiamo offesi dalle istituzioni. Siamo arrabbiati. Noi siamo persone adulte e ci fa male. Ma la rabbia è per i nostri figli. Ci sentiamo persone di serie B, quando invece non lo siamo». Lucia Lo Martire fa parte dei Tamburi combattenti. Un comitato di «mamme, papà, operai ed ex operai» nato dopo l’ordinanza del Comune emanata nel 2017 che imponeva la chiusura delle scuole del quartiere durante le folate di vento dei Wind-days. Giorni in cui lo spolverio minerario è più virulento tra i lotti del rione.

«Noi sappiamo benissimo che il problema non è soltanto il carbone che vola. Il vero problema è quello che non si vede. Quello che respiriamo e rimane nel sangue. Era meglio quando non sapevamo niente. Abbiamo studiato, ci siamo informate e viviamo malissimo. Viviamo con la maledizione di non poter andare via. Abbiamo delle limitazioni economiche. Le case sono svalutate. Non si possono neanche vendere» dice Lucia.

La riunione del comitato Tamburi Combattenti

E la rabbia poi è esplosa. Quando il 2 marzo l’amministrazione comunale ha chiuso le scuole De Carolis e Deledda con il sequestro dell’area attorno alle tre colline “ecologiche” che – come riscontrato dalle analisi dell’Arpa – sono un ammasso di rifiuti industriali. Si sono organizzati, hanno presidiato gli edifici scolastici e hanno pretesto risposte dalle istituzioni.

La chiesa di Gesù Divin Lavoratore

Il polo siderurgico è imponente. È una presenza constante nella vita dei tarantini. Alla semplice domanda per una sigaretta: «Scusi, ce l’ha un filtro?», la risposta è stata: «Taranto è la città più inquinata d’Italia. Qui non abbiamo filtri». Nella chiesa di Gesù Divin Lavoratore che si affaccia sull’omonima piazza è presente un mosaico che raffigura Cristo nell’atto di benedire le esemplificazioni iconografiche della classe operaia. Sullo sfondo dorato è impresso uno dei camini dell’ex Ilva. Liturgia e redenzione. La proprietaria di un bar ha addebitato i casi di tumore riscontrati in città alle sostanze chimiche presenti negli alimenti, escludendo le tossine sprigionate dall’acciaieria.

«Alle scuole medie adesso i bambini studiano il riciclo e il chilometro zero. Io studiavo come funzionava un altoforno, la differenza tra mattone normale e mattone refrattario. Me lo facevo spiegare da mio padre che lavorava all’Ilva. Anzi, all’Italsider» racconta Simona Fersini del comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, una realtà che ha preso piede nel 2012 dalla volontà di «superare il conflitto ambiente-lavoro, che fino ad oggi ha visto gli operai contrapposti ai cittadini».

Reportage Ilva: puntata 1 – continua…


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