di Maria Panariello

«Non si può morire di carcere in uno stato di diritto». Tre morti in tre giorni. Il carcere di Poggioreale a Napoli fa da sfondo all’ennesima tragedia in poche ore. L’ultima questa mattina, il suicidio di un 50enne recluso da un anno. La prima sabato alle 15, quando un uomo di 38 anni si è tolto la vita in una cella del padiglione Napoli – tra i più sovraffollati della struttura – legando i lacci delle scarpe alle inferriate del bagno. Un’altra domenica, questa volta per cause naturali.

Non c’è tregua nel penitenziario campano. E a dire il vero non c’è mai stata. Tra rivolte e decessi, le vittime della mala gestione sono e sono state sempre molte. Sin dalla storica rivolta del 1968, quando, come ricorda Napoli Monitor, circa 600 detenuti immobilizzarono gli agenti di custodia per una grave mancanza di acqua.

Dopo 50 anni la condizione dietro le sbarre resta critica. Gli interventi fatti finora hanno contribuito a cambiare in meglio le cose, ma alcuni tipi di assistenza, come quella sanitaria, continuano ad essere inaccessibili per certi detenuti.

La piaga più grande si chiama sovraffollamento ed è ciò che priva dei diritti più elementari le persone recluse. «In tutta Italia il sovraffollamento sta diventando una pena accessoria e questo non è giusto» dichiara Samuele Ciambriello, garante per i diritti dei detenuti in Campania. «La media campana di sovraffollamento è al 133,9%, solo a Poggioreale è del 157,81%». Numeri che rimbombano se ascoltati in “regime” di libertà, figurarsi se si patiscono ogni giorno in una cella. I problemi sono tanti. Le strutture sono poche rispetto alle persone che vi entrano – in Campania ci sono 7.872 detenuti in 15 istituti – e ormai per ogni reato è prevista la reclusione in carcere. «Sono circa 1.800 i detenuti che scontano una pena inferiore a un anno, 2.500 sotto i due anni» prosegue Ciambriello. «Ci sono pene che andrebbero scontate a casa oppure in centri specialistici e invece tutti sono condotti in carcere».

Il garante denuncia che nel regime carcerario nazionale le attività si arrestano alle ore 15. Mancano assistenti sociali, educatori – 95 in tutta la Campania – e medici. «Per fortuna che a Poggioreale operano decine di associazioni di volontariato, la prova che il carcere è meno “Caino” di noi che siamo fuori» commenta Ciambriello. «Un detenuto ci costa 136 euro al giorno, 3.80 euro è la quota per colazione, pranzo e cena, solo 2.00 euro quella per l’investimento educativo. Non vi sembra un po’ poco?». C’è il problema della stabilizzazione del personale – medici, infermieri e assistenti -, la sola rete a cui i detenuti si appoggiano quando sembra che tutto crolla, che cambia volto periodicamente, complice la temporaneità dei contratti.

L’Osapp, l’Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia penitenziaria, denuncia da tempo le pessime condizioni dell’istituto partenopeo e le condizioni di sovraffollamento: 2.400 persone, 1.000 in più rispetto alla capienza dell’istituto.

In Campania sono state tagliate 750 guardie carcerarie e a Poggioreale il normale rapporto con il detenuto, che dovrebbe essere di 1 a 3, è invece di 1 a 10. «Fuori alle porte dell’istituto, i parenti che arrivano per parlare con i detenuti fanno la fila dalle 5 del mattino e escono alle 13, solo per un’ora di colloquio» denuncia a Il Paese Sera Vincenzo Palmieri, segretario campano del sindacato. «Con numeri così ridotti è difficile far funzionare la macchina e rendere dignitosa lo sconto della pena».

L’Osapp è da anni che protesta per avere migliori condizioni di lavoro per gli agenti penitenziari. Le richieste sono moltissime: dall’eliminazione della sorveglianza dinamica – che prevede l’introduzione della video sorveglianza in sostituzione dell’agente carcerario – allo sblocco del turnover a misure alternative alla detenzione, per deflazionare il carcere. «Se un detenuto si ammazza o muore per cause naturali, la colpa è dello Stato. Di medici, assistenti sociali, pedagogici, enti comunali, enti regionali, agenti penitenziari. In carcere si lavora in rete e tutti devono tendere alla rieducazione del condannato, come prevede l’art. 27 della Costituzione»prosegue Palmieri. «Il lavoro dell’assessorato alla Sanità e delle Asl è lacunoso. A Poggioreale ci sono sono due medici, uno di pomeriggio e uno di notte, quest’ultimo insediato dopo una nostra segnalazione».