di Daniele Nalbone

ROMA – Niente “Macro Asilo 2”. Bocciato il progetto del direttore Giorgio de Finis per continuare con l’esperimento della «nave pirata»? «Paradossalmente sarebbe bello poterlo dire» commenta a il Paese Sera l’ideatore del progetto, iniziato nell’ottobre 2018 e che vedrà la sua conclusione il prossimo 31 dicembre. Perché, in realtà, «nessuno dall’Azienda Speciale PalaExpo (mai come in questo caso sembra utile ricordare il nome per esteso, ndr) si è fatto sentire. E lo stesso vale per il Comune di Roma». Come da accordi presi, Giorgio de Finis, chiamato espressamente dal vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, a dirigere il Macro un anno fa, si è premurato già lo scorso dicembre di comunicare di essere pronto a presentare il progetto per il 2020-2021.

Era il suo contratto a recitare “2+2”. Quel “+2” non sarà esercitato. «Il problema è che nessuno ha mai risposto ufficialmente al progetto presentato in primavera. Sia il Comune di Roma che PalaExpo si sono trincerati dietro uno strano silenzio».

Ora «il vicesindaco Bergamo e il direttore di PalaExpo, Cesare Maria Pietroiusti, hanno iniziato con il solito “politichese” ad arrampicarsi sugli specchi». Parlano di progetto arrivato a naturale conclusione. La strada annunciata oggi: mettere a bando anche il Macro. Bando al quale – provocazione – parteciperà anche Giorgio de Finis: «Così potrò ricevere la bocciatura ufficiale del progetto».

«Macro Asilo 2 aveva un sottotitolo molto chiaro: EXposition». L’idea: «Una perenne mostra fluida, nella stanza “ex Enel” attrezzata con una struttura leggera volta a moltiplicare lo spazio in verticale». Un omaggio, ci spiega, «alle Carceri di Giovan Battista Piranesi e a 8 e mezzo di Federico Fellini». Una struttura labirintica «dove sarebbero confluite diverse mostre in simultanea, con principi diversi, per trasformare anche questo spazio espositivo in un luogo in cui ritrovarsi. In cui fare strane connessioni».

Niente da fare. Luca Bergamo «ha deciso di riprendersi lo spazio». Un problema? «Assolutamente no. Quello che in questo momento è importante è però raccontare la verità, visto che la storiella del “il progetto è stato un successo, ora si evolverà” non sta in piedi». Dire le cose in maniera chiara. Questo chiede de Finis. «Lo hanno chiuso. Stop. Se vogliono dare motivazioni, bene. Altrimenti sono assolutamente in diritto di farlo senza dire nulla».

Il motivo è semplice. «Il Macro Asilo è un palinsesto aperto, stile Youtube. Con molti contenuti autogestiti in un’unica piattaforma. Loro faranno la Rai. Tanti contenuti anche lì. Ma senza alcuna libertà, con un palinsesto ben definito, limiti e divieti.

È qui, secondo de Finis, il vero problema. Il Macro Asilo è, e sarà fino al 31 dicembre, un museo autorganizzato, «uno spazio dove chiunque può trovare accoglienza. Prevede un enorme spazio di libertà. Qui lo spettatore non ha bisogno del cucchiaino e dell’omogeneizzato. Se non lo è, diventa, citando Jacques Ranciére, uno spettatore emancipato in uno spazio non pacificato. Ma libero».

«Questa roba non può piacere. Pietroiusti, in un evento pubblico, ha evocato l’immagine, fingendo di darci una mano, di una “Nave dei matti”. Ha parlato di rivoluzione basagliana». Ma «i matti non hanno nessuna libertà. Noi la reclamiamo in ragione di un’identità, di una consapevolezza forte. Per questo funziona». E per questo, politicamente, è un esperimento che va interrotto.

«Un’autogestione che funziona ordinatamente è una cosa che fa paura alla società del controllo. Dimostra, in un terreno conflittuale come quello delle idee, che può entrare tutto e il contrario di tutto. Qui ognuno si sente a casa sua». Questa, sottolinea de Finis, «non è casa mia, di Bergamo o di Pietroiusti. È di chi viene».

Altro problema: la nascita o il consolidamento, dentro al Macro Asilo, di alcune reti non solo artistiche ma sociali. «Il problema è politico, di “fare città”. Piace finché è teoria. Ma quando funziona, allora fa preoccupare chi governa». Non a caso «in questi mesi ho avuto sempre più “suggerimenti” (ci chiede di usare «molte virgolette», ndr) su alcune cose che dovevo, diciamo così, “aggiustare”. Ovviamente sono andato avanti». Perché «il Macro Asilo non è e non sarà mai uno spazio “confort” per il potere».

«Sono stato molto chiaro fin dall’inizio» conclude de Finis. «L’ho chiamata nave pirata. Ho chiesto autonomia per manovrare questo spazio di libertà, mi è stata data, ora mi viene tolta. Ma mi va bene. L’importante è che non si annacqui». A fronte di una media di 25mila visitatori al mese, «non puoi dire fa schifo. Puoi dire che è un progetto “bellissimo” che “ora miglioreremo”».

Tradotto: «Verrà chiuso per addomesticarlo. Perché l’arte è zona di libertà. L’artista cancella il mondo e lo disegna. Per il potere è una belva che va addomesticata. Da qui le quotazioni, le classifiche, i ricatti, la traduzione in valore economico. Per tenere a bada forme di vita evidentemente pericolose».

I rapporti con Bergamo? Da “sponsor” a “censore” del Macro Asilo? «Il vero problema è nel dialogo, nell’incontro, nella capacità di confrontarsi. Io non mi sottoraggo mai. Ma per discutere devi avere una certa statura, devi guardare la gente in faccia. In quel momento, e dentro al Macro Asilo in particolare, non sei mai protetto dal ruolo che ricopri. Quando Bergamo va al Palazzo delle Esposizioni è tutelato dal protocollo. La stampa si accredita, i presenti sono invitati. Qui puoi incontrare tutta la città. È per questo che, qui, praticamente non si è mai visto». E ora? «Uso lo slogan dei movimenti per l’abitare. Del Metropoliz. Del Maam. Ci vediamo in città».

[Foto di Giovanni De Angelis | Carola Gatta]

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