di Maria Panariello

ROMA – Donna, straniera, dell’Europa dell’est. Il profilo del lavoratore domestico in Italia sta cambiando, almeno così dicono i dati Inps. L’Italia continua ad essere una Repubblica fondata sulle famiglie, quindi sul lavoro domestico delle donne, dove l’accudimento, sia per ragioni culturali che per l’assenza quasi totale di servizi sul territorio, continua ad essere svolto da donne. Ogni sette donne, un solo uomo svolge questi lavori: l’88%, un’enormità. Il 78% dei lavoratori è rappresentato da stranieri con un primato assoluto, l’Europa dell’est.

La novità dell’ aggiornamento Inps sta nell’aumento degli e delle italiane registrato in questo settore.

La segregazione etnica che sembrava essere alla base di questo lavoro, nell’Italia dei 5 milioni di poveri registrati dall’Istat, si fa più sottile. Come riportato su tutti i giornali, nel triennio 2016-2018 i connazionali che hanno svolto lavori domestici sono aumentati dell’11,4%, con picchi che riguardano alcune regioni come il Molise, il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna, dove gli autoctoni che svolgono questo lavoro sono 4 volte di più degli stranieri.

Cambiamenti, quelli dell’Inps, che vanno contestualizzati e letti con attenzione, considerando da un lato l’ampio margine di lavoro nero che esiste in questo settore e evitando dall’altro di mettere in competizione lavoratori italiani e stranieri.

Secondo l’Associazione famiglie datori di lavoro domestico “Domina”, i lavoratori di cura irregolari sono quasi 2 milioni. Ma accanto a questi, non si può ignorare chi con questo lavoro riesce ad inviare cospiscue rimesse nel proprio paese d’origine grazie a faticosi sacrifici e chi è riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno e la cittadinanza. «Oggi più di ieri molte famiglie straniere sostenute da un lavoratore e una lavoratrice domestica e in Italia hanno iniziato una procedura di ricongiungimento familiare» spiega Massimo De Luca, che ha curato l’ultimo rapporto dell’associazione. «All’Inps queste persone risultano italiani con cittadinanza, ecco il perché dell’aumento registrato. Poi è chiaro che la crisi si fa sentire, questo vuol dire che gli uomini italiani si stanno affacciando alle mansioni domestiche e le donne italiane vi stanno tornando» conclude De Luca.

«Tornare» non sembra essere il verbo più appropriato per Sabrina Marchetti, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università Ca’ Foscari di Venezia. In un saggio scritto qualche tempo fa con la statista Anna di Bartolomeo, Marchetti affrontava proprio la questione lavorativa delle donne italiane alla luce della crisi economica e dell’arrivo dei lavoratori stranieri in Italia. Secondo le due studiose, la qualità e la quantità del lavoro svolto dalle italiane rispetto alle straniere è sempre stata molto diversa e mai in competizione. I motivi? Diversi. Dalla necessità delle donne straniere di vivere in casa delle famiglie datori di lavoro a quella di spostarsi ovunque sul territorio nazionale. «Le donne italiane raramente abitano a casa dei propri utenti; non lavorano tutto il giorno né a ritmi così duri, al massimo fanno qualche ora e il più delle volte arrotondano con questo tempo lo stipendio di casa dei loro mariti» spiega Marchetti. In sintesi, le donne straniere non sono in competizione con quelle italiane, ma sono complementari ad esse e anzi, hanno aiutato il loro tasso di occupazione.

Raccontare un’Italia così diversa tramite semplici dati statistici, senza contestualizzarli, rischia di lasciare nelle retrovie le battaglie di questa categoria, che tra la lotta per il rispetto del CCNL e quella contro le molestie sul lavoro, risulta già molto fragile.

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