di Anna Toro

ROMA – Quando si fugge dal proprio paese dilaniato da violenze, conflitti e ritorsioni non sempre la sicurezza è garantita, anche se ottieni lo status di rifugiato. È ciò che sta succedendo ai colombiani in Ecuador che dal primo giugno stanno occupando lo spazio fuori dall’ufficio dell’Unhcr a Quito, la capitale ecuadoregna, per protestare contro l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati che secondo loro non starebbe facendo abbastanza per proteggerli. Si tratta di 39 donne, 29 uomini, e 40 bambini. Intere famiglie che hanno deciso di non spostarsi nemmeno di notte, dormendo in tende improvvisate sul marciapiede, e sostenendo di non poter tornare alle loro case perché non sicure.

Molti raccontano di essersi trovati di fronte le stesse persone da cui sono fuggite in Colombia e di aver ricevuto nuove minacce di morte. Per questo hanno chiesto via lettera all’Unhcr di rivedere le procedure di reinsediamento, affinché possano essere trasferiti legalmente in un nuovo paese in tutta sicurezza. L’agenzia, che ha risposto con un comunicato inviato ad al Jazeera, afferma però che queste richieste «eccedono i poteri e il mandato dell’Unhcr» e si è offerta di aiutarli ad accedere a diritti e servizi, ma sempre all’interno dell’Ecuador. Così, i manifestanti hanno deciso di occupare a oltranza. Anche perché, affermano, non hanno nessun altro posto in cui tornare. Meno che mai in patria.

Nonostante l’accordo di pace firmato tra il governo della Colombia e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) nel 2016, la violenza in molte parti del Paese non è mai cessata del tutto, e anzi nell’ultimo anno ha visto una nuova escalation. Non tutti, però, riescono a fuggire. È anche per questo che, secondo il rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 19 giugno, nel 2018 la Colombia continua ad essere il Paese con il maggior numero di sfollati interni al mondo, con un aumento del 4,3 per cento rispetto all’anno precedente.

Questo spostamento forzato è causato principalmente dagli scontri tra gruppi armati illegali per il controllo del territorio lasciato dalle Farc, in cui lo Stato ancora non è riuscito a imporre la propria presenza. Eppure nell’accordo del 2016, che è valso all’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos il premio Nobel per la Pace, uno dei punti promessi era proprio «il rafforzamento dei programmi per il ritorno degli sfollati e dei processi di restituzione dei terreni». Non solo. L’accordo prevede anche la denuncia e la documentazione di tutte le atrocità del conflitto colombiano – uno tra i più lunghi al mondo, che ha provocato più di 200 mila morti e oltre 7 milioni di sfollati tra il 1964 e il 2016 – con la promessa di riparazioni alle vittime di guerra, una nuova rivitalizzazione delle zone rurali a lungo trascurate e terrorizzate dal conflitto, e il reintegro degli ex combattenti ribelli nella società.

Se all’inizio tutto sembrava funzionare – tanto che nel 2017 le violenze sono diminuite drasticamente – con l’insediamento del nuovo presidente Iván Duque nell’agosto 2018 i progressi sono via via rallentati, fino a bloccarsi del tutto, anche a causa di una serie di veti e decisioni del nuovo governo (non a caso Duque da senatore aveva contribuito a far deragliare il referendum sull’accordo di pace guidando la campagna per il “no”). E mentre la fiducia tra le parti si deteriora, la violenza aumenta. Le stime riportate dall’analista Fabio Andres Diaz su The Conversation parlano di un aumento del 3 per cento degli omicidi nel 2018 (da 12.066 a 12.458), cifra che include «un’ondata di attacchi contro attivisti, sindacati dei contadini e leader della comunità afro-colombiana che difendevano l’accordo di pace, di cui 226 sono stati uccisi l’anno scorso». Anche la speranza cala: secondo un recente sondaggio Gallup, il 55 per cento dei colombiani ritiene che il governo non adempirà ai propri impegni sul processo di pace, mentre il 62 per cento ha timori su una possibile nuova reazione delle Farc.

[FOTO © UNHCR/Siegfried Modola]


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