di Giulia Polito

ROMA – La deforestazione industriale in Congo sta uccidendo la seconda foresta pluviale più grande al mondo. Dal 2003 la lunghezza totale delle strade forestali del Paese è aumentata di circa 100 mila chilometri, passando da 144 mila a 231 mila, mettendo a rischio le specie autoctone e aprendo un canale preferenziale alle attività illegali del commercio del legno. A lanciare l’allarme è uno recente studio pubblicato su Nature Sustainability a cura di un team internazionale di ricerca guidato dallo svizzero Fritz Kleinschroth.

In realtà la denuncia arriva da lontano. Già nel 2018 un altro report, pubblicato da Science Advances, aveva segnalato il forte rischio di eliminazione delle foreste autoctone congolesi entro la fine del secolo. Secondo i dati satellitari raccolti, in 14 anni il bacino del Congo ha perso circa 165 mila chilometri quadrati di foresta. Tra le cause c’è la deforestazione su piccola scala e l’agricoltura poco intensiva, destinata alla sussistenza delle famiglie prive di altre fonti di sostentamento. In altre parole, la povertà della popolazione locale – secondo i dati dell’Onu – è destinata ad aumentare, mentre la foresta non sarà più in grado di provvedere al sostentamento di tutti. L’altra causa, facile da immaginare, è l’agricoltura industriale.

Ma lo studio di Nature Sustainability accende i riflettori su un’altra faccia della medaglia: quella che riguarda la costruzione di nuove strade interne. Una situazione in cui l’industrializzazione e il commercio del legno a basso costo stanno giocando un ruolo importante. E in cui a tenere i dadi in mano sono in particolare le aziende cinesi, tra i principali importatori di legname. È un articolo pubblicato lo scorso anno sulla rivista Royal Geographical Society a sottolineare come le esportazioni verso la Cina siano raddoppiate tra il 2001 e il 2015.

A fronte di una drastica riduzione di importazioni verso l’Europa, dovuta ad un nuovo regolamento varato nel 2013, la Cina al 2018 deteneva il 47 per cento delle importazioni di legname africano. La massimizzazione dei profitti è dovuta anche all’incremento della domanda di mobilio made in China proveniente soprattutto dagli Usa (incremento del 30-50 per cento in 15 anni).

«La situazione è delle più preoccupanti» commenta Bill Laurence, uno degli autori dello studio di Nature Sustainability. Quando si costruisce una nuova strada, spiegano i ricercatori, nella Repubblica Democratica del Congo-RDC si ha due-tre volte più disboscamento che negli altri Paesi nel bacino del fiume Congo. Tra i dati di maggiore preoccupazione il fatto che la RDC ha aumentato le concessioni di ettari di foreste pluviali alle compagnie cinesi. Gli effetti sono presto detti: negli ultimi 10 anni la popolazione mondiale di elefanti è crollata di due terzi. Anche le altre specie animali, come i gorilla e scimpanzè, non hanno più vegetazione tra cui nascondersi, soprattutto dai bracconieri. Ogni nuova strada costruita, ogni albero abbattuto, contribuisce a schiudere sempre un po’ di più un grande vaso di Pandora.

A poco è valso il tentativo del 2013 del forum internazionale di Brazzaville di individuare politiche di sviluppo sostenibile legate all’industria del legno. Eppure, come sottolinea il report, la situazione del Congo non è irrecuperabile. Secondo i dati satellitari recenti, infatti, molte strade all’interno delle aree di disboscamento non esistono quasi già più perché la foresta ha un potenziale rigenerativo enorme. Come dire, ciò che l’uomo distrugge, la natura cura. Da sé e per tutti.