Commissione europea e governo sono fuori strada. Ecco la via per uscire dalla crisi

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di Riccardo Realfonzo*


La Commissione Europea minaccia una procedura di infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto della regola del debito, e chiede nuove misure fiscali restrittive. La Grecia è il migliore esempio di quanto possa essere disastroso il taglio indiscriminato della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale. Ma anche l’Italia è un esempio eccellente. Pochi ricordano che il nostro Paese detiene il record europeo di politiche di austerità, avendo realizzato sempre manovre di bilancio in avanzo primario, dal 1990 ad oggi (con la sola eccezione del 2009). Il risultato è stato tragico: l’Italia sta conoscendo un lungo declino e le condizioni della finanza pubblica continuano a peggiorare. D’altra parte, la spesa pubblica italiana è già molto bassa: per cittadino nel nostro Paese è infatti solo il 74% del dato tedesco, il 67% di quello francese e il 93% della media dell’eurozona.

E tuttavia la “Raccomandazione” della Commissione Europea vede giusto su alcuni aspetti drammatici della condizione economica italiana. Nel 2019 il pil aumenterà al massimo di uno o due decimi di punto e il rapporto tra debito e pil aumeterà fino a sfiorare il 133%. Questi dati confermano che la manovra economica per il 2019 è stata errata. Il governo ha incrementato il deficit rispetto al suo andamento tendenziale, ma ha utilizzato male le risorse così libere, destinandole a misure che hanno un contenuto di rilievo sociale ma ben scarso impatto sulla crescita.

È dunque chiaro che la prossima manovra economica dovrebbe contenere una duplice discontinuità per riportare il Paese su un sentiero di crescita. La prima dovrebbe riguardare le politiche industriali e gli investimenti pubblici per rilanciare la competitività. Ma il rilancio massiccio degli investimenti non è compatibile con una riduzione del deficit né è possibile senza una lotta sistematica all’evasione fiscale. Occorre anche ridurre i carichi fiscali sul lavoro e accrescere quelli sui patrimoni.

La seconda discontinuità dovrebbe riguardare la politica da promuovere in Europa. Nel Continente esiste una crescente consapevolezza che il quadro attuale delle regole macroeconomiche produce squilibri tra centri e periferie. Il governo dovrebbe provare a raccogliere consenso intorno a una serie di temi di grande rilievo: la proposta che gli investimenti vadano scorporati dal calcolo dei vincoli europei; la possibilità che l’introduzione di eurobond possa essere funzionale agli investimenti nelle regioni in ritardo di sviluppo o colpite da shock negativi; la possibilità che la Banca Centrale Europea possa dichiararsi disponibile a intervenire in caso di crisi del debito sovrano, operando da prestatore di ultima istanza.

La Commissione Europea insiste nell’indicare una strada errata all’Italia e all’Europa, al termine della quale rischia di esservi l’implosione dell’eurozona. Ma anche il governo italiano, non solo quello attuale, sembra fuori strada. La correzione di rotta è estremamente difficile e politicamente impervia. Ma è l’unica carta che ha senso giocare.

*Professore ordinario di economia politica nell’Università del Sannio e direttore della rivista economiaepolitica.it su cui è possibile leggere la versione integrale dell’articolo