di Anna Toro

Mentre a Cagliari si vagheggia di grandi ruote panoramiche da installare sul porto cittadino, poco lontano si consuma il dramma dei lavoratori portuali. Il Cagliari International Container Terminal (Cict), la società del gruppo Contship che si occupa del transhipment di container in Sardegna, a sua volta di proprietà della multinazionale Eurokai, ha infatti avviato la procedura di licenziamento. Una vertenza di cui si parla poco a livello nazionale, nonostante in ballo ci sia il destino lavorativo di 250 persone, più l’indotto. E se ogni decisione presa dall’azienda dovrà prima essere ratificata dall’assemblea dei soci, prevista per il 17 giugno, il tavolo presso il ministero delle Infrastrutture e Trasporti che si è svolto il 13 giugno è stato per lo più interlocutorio. L’esito più probabile sembra essere quello degli ammortizzatori sociali, ma per i dettagli bisognerà attendere i nuovi tavoli ministeriali previsti la settimana prossima.

Secondo un rapporto di Uiltrasporti riportato dal Corriere della Sera, a Cagliari dal 2015 c’è stato un crollo dell’82 per cento del traffico di container, passato all’88 per cento negli ultimi aggiornamenti. La condanna a morte è arrivata infine ad aprile, con la decisione della compagnia tedesca Hapag-Lloyd – cliente di Cict – di escludere lo scalo cagliaritano dalle sue rotte globali. «In pochi anni siamo passati dall’essere il terzo porto in Italia per il trasporto merci ad essere praticamente estinti» spiega Massimiliana Tocco della Cgil Filt Sardegna. Le ragioni sono diverse: dalla riduzione dei porti d’attracco da parte delle grandi compagnie navali, alle tasse di ancoraggio, fino alla combinazione del transhipment con il trasporto delle stesse merci tramite ferrovie, che ovviamente penalizza l’isola. «Infine dobbiamo concorrere con i paesi del Nord Africa che costano meno e non sono soggetti alle normative europee sugli aiuti di stato» commenta ancora Tocco.

Questione segnalata anche da Uiltrasporti: «La proprietà che lavora a Cagliari, Contship Italia, è la stessa dei terminal che stanno nascendo in Marocco. Quindi vicinissimi a noi ma con costi molto minori» spiega il sindacalista William Zonca. La cui preoccupazione per lo scalo sardo non si esaurisce con quella per il lavoro dei 250 portuali: «Intorno a loro c’è tutto un indotto, che porta il numero dei lavoratori a rischio a 700». Per non parlare delle aziende isolane che esportano all’estero, che «vedono un incremento dei costi di quasi il 30 per cento in caso di passaggi intermedi attraverso Livorno e altre linee prima di salpare all’estero». Non a caso, Zonca parla di un’intera economia regionale in pericolo. Secondo i sindacati, però, non saranno certo gli ammortizzatori sociali a risolvere la situazione. L’appello è alla politica, sia locale che nazionale, e alle autorità competenti: «Se non costruiamo i presupposti perché il porto sia concorrenziale il problema continuerà a ripresentarsi».

Intanto la crisi dei traffici marittimi, soprattutto nel sud Italia, continua. Per i porti di Taranto e Gioia Tauro una soluzione è arrivata attraverso nuovi investimenti e la creazione da parte dello Stato di un’agenzia del lavoro temporanea che ha un po’ tamponato il problema occupazionale.