di Linda Dorigo

ROMA – Un ripensamento. O Trump si è lasciato convincere dalle teste più moderate del Pentagono. Di certo la rinuncia a un attacco all’Iran non è stata una mossa che si sarebbe potuta prevedere. Soprattutto dopo l’escalation seguita all’abbattimento da parte dei Pasdaran iraniani del drone statunitense nei pressi di Kuh Mobarak, nel sud dell’Iran, di ieri. Secondo gli Usa l’abbattimento del drone da ricognizione MQ-4C è avvenuto sopra lo stretto di Hormoz e quindi fuori dallo spazio aereo iraniano, diversa l’idea del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, per le quali l’incidente è «un chiaro messaggio all’America».

Se in un primo momento Trump ha sfogato la sua rabbia via Twitter con un messaggio che non ha lasciato fraintendimenti sulla direzione che di lì a poco avrebbe preso – «L’Iran ha fatto un errore molto grosso!» -, la notte ha portato consiglio e in tarda nottata ha fatto un passo indietro. Secondo fonti del New York Times interne al Pentagono, fino alle 19 (23:00 GMT) ora di Washington, i funzionari militari e diplomatici statunitensi si aspettavano un attacco poco prima dell’alba di oggi, giornata festiva nella Repubblica Islamica. Anche l’Associated Press, citando un’altra fonte, ha detto che l’operazione è stata annullata dopo che Trump ha passato la maggior parte della serata a discutere della questione con i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale e con i leader del Congresso.

Secondo il funzionario anonimo, il segretario di stato Mike Pompeo e il consigliere per la sicurezza John Bolton avrebbero spinto in direzione bellica, contrariamente ai secondi, più propensi alla prudenza. «Gli Usa non desiderano una guerra con l’Iran» ha detto la portavoce dei Democratici Nancy Pelosi, sulla stessa scia anche Joe Biden, il candidato alla nomina presidenziale democratica, che ha definito la strategia iraniana di Trump un «disastro autoinflitto».

A fermare la furia di Trump potrebbe essere stata anche la campagna elettorale, lanciata pochi giorni fa da Orlando, in cui ha ufficializzato la sua ricandidatura per le elezioni del 2020. “America First”, lo slogan che ha guidato l’amministrazione Trump dalla sua elezione, ha significato anche un progressivo allontanamento dallo scacchiere mediorientale. “America First” è la parola magica con cui Trump ha parlato ai suoi elettori, promettendo una maggiore attenzione per le questioni nazionali, come l’immigrazione. Dopo i danni causati da Bush in Iraq, in Afghanistan e quelli di Obama in Siria, per Trump era arrivato il momento di invertire rotta o, almeno, fare propria una comunicazione strategia di breve periodo, tanto a singhiozzo quanto più capace di disorientare non solo gli alleati ma anche i nemici.

La strategia di una morbida tensione, che raggiunge picchi come accaduto ieri, per poi stabilirsi su toni più pacati. Toni che non sono stati usati dal comandante dei Pasdaran Hossein Salami, che alla televisione di stato iraniana ha commentato: «Coloro che difendono i confini della nazione islamica dell’Iran reagiranno in modo deciso a qualsiasi intrusione di elementi stranieri sulla nostra terra. I nostri confini sono la nostra linea rossa. L’Iran non sta cercando la guerra con nessun paese, ma siamo pienamente preparati a difendere l’Iran».

Nelle ultime settimane Washington ha intensificato le sue mosse in Medio Oriente. A maggio ha inviato portaerei d’assalto, una task force e una nave d’assalto anfibia nel Golfo persico. Lunedì scorso il Pentagono ha annunciato che gli Stati uniti invieranno 1000 uomini e più risorse militari nell’aerea. Dal canto suo Teheran crede che gli Usa abbiano orchestrato l’attacco del 13 giugno alle petroliere nel golfo di Oman per cercare di fare più pressione sull’Iran. Un paese che, da quando Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015 a maggio 2018, soffre le conseguenze economiche delle sanzioni, ripristinate per costringere Teheran a rinegoziare l’accordo.

AGGIORNAMENTO ORE 15 (ITALIANE)

La Federal Aviation Administration, l’autorità per il trasporto aereo americano, ha vietato alle compagnie aeree di sorvolare lo spazio aereo sopra lo Stretto di Hormuz e il Golfo dell’Oman. United Airlines ha sospeso i voli da Newark (New York) a Mumbai. Lufthansa, British Airways, Klm, Qantas e Alitalia hanno comunicato che seguiranno le indicazioni della FAA. La linea, al momento, è di allontanarsi dall’area.

Cronologia degli eventi:

5/05: gli Usa mandano un gruppo di portaerei e bombardieri nel Golfo Persico

8/05: il presidente iraniano Rouhani afferma che l’Iran ridimensionerà gli impegni assunti con l’accordo sul nucleare del 2015 come rappresaglia per le sanzioni, consentendo l’aumento delle scorte di uranio a basso arricchimento.

12/05: quattro petroliere vengono danneggiate da esplosioni nel Golfo di Omani al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti. Gli usa incolpano l’Iran, che nega.

13/06: esplosioni colpiscono due petroliere nel Golfo di Oman. Nuove accuse statunitensi all’Iran, che sarebbero testimoniate da un video in cui si vedono uomini intenti a rimuovere mine da una delle navi danneggiate. Secondo Teheran le prove sono state costruite ad hoc.

17/06: L’Iran violerà il limite imposto sulle scorte di uranio arricchito stabilito dall’accordo il 27 giugno se l’Europa non proteggerà le vendite di petrolio iraniano.

20/06: le forze iraniane abbattono un drone militare americano sullo stretto di Hormuz.


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