di Linda Dorigo

ROMA – La Repubblica Democratica del Congo-RDC sta vivendo il più grande focolaio di Ebola della sua storia. L’epidemia, concentrata nel nord-est del Paese, è la seconda mai registrata dietro quella dell’Africa occidentale nel 2014 ed è la prima volta che avviene in un’area di guerra. Iniziata lo scorso agosto, ha superato i confini nazionali ed è sfociata in Uganda, dove tre persone – due bambini e un’anziana – sono morte a distanza di pochi giorni.

Secondo fonti del Ministero della Sanità congolese aggiornate al 16 giugno, i casi di Ebola totali sono 2.148, 2.054 quelli confermati, 1.440 le morti accertate. La risposta alla crisi però è stata rallentata dalla violenza e dall’insicurezza esistente al confine tra i due Paesi.

Secondo i dati forniti dalla Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario europee-ECHO, tra gennaio e metà maggio 2019 ci sono stati 130 attacchi alle strutture sanitarie, nel corso dei quali decine di medici e infermieri sono rimasti feriti e quattro sono stati uccisi. Nella provincia congolese più colpita dall’epidemia del Nord, Kivu, sono presenti un centinaio di gruppi armati che da 25 anni sono in lotta per il controllo delle materie prime come il coltran. In questa zona commerciale sono diffusi i rapimenti, le attività criminali e le schermaglie tra gruppi armati.

Le violenze hanno causato spostamenti di popolazione e reso difficile l’accesso ad alcune aree della regione. Ad aggravare lo scenario c’è anche la presenza di una nuova cellula dell’Isis che contribuisce a rendere il territorio confinante con l’Uganda ancora più pericoloso.

La febbre da Ebola era originariamente trasmessa agli uomini dagli animali: questa provoca alte temperature, vomito, mal di testa, dolori muscolari, e progredisce verso emorragie interne ed esterne causando grave disidratazione e insufficienza degli organi.

Dall’altro lato della frontiera, il ministero della salute ugandese è ottimista sul fatto che la continua vaccinazione dei malati di Ebola e degli operatori sanitari impegnati in prima linea possa aiutare a contenere il virus mortale. Il capo della “task force Ebola” del ministero, Allan Muruuta, intervistato dalla televisione NTVUganda, ha detto che oltre 100 casi monitorati sono stati vaccinati al confine occidentale con il Congo per una maggiore sorveglianza e una più facile individuazione del virus.

L’Uganda, che in passato ha saputo gestire diverse crisi di Ebola, ha immunizzato oltre 4500 operatori sanitari con un vaccino sperimentale. Tuttavia le condizioni in cui versano le cliniche di primo soccorso sono difficili: «Non abbiamo un reparto dedicato» ha commentato Pedson Buthalha, responsabile dell’ospedale di Bwera all’AP. «È solo una tenda, non possiamo ricoverare più di cinque persone».

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità-WHO questa epidemia di Ebola è un evento straordinario ma non ha una portata tale per poter essere dichiarato emergenza globale. Se – come ha dichiarato il direttore esecutivo di WHO Peter Salama – sono necessari 54 milioni di dollari per fermarla, «è molto difficile prevedere i tempi di un focolaio complicato come questo, con così tante variabili che sono al di fuori del nostro controllo. Ci vorranno almeno  altri sei mesi prima di poterlo definire estinto». Numerose critiche hanno fatto seguito alla decisione del WHO, soprattutto dalle organizzazioni non governative che lavorano sul campo, che hanno precisato che la mancata dichiarazione di emergenza potrebbe avere un impatto negativo sulle donazioni per combattere l’epidemia.


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