di Daniele Nalbone

ROMA – Sono 1.606 le fosse comuni scoperte in Messico tra il 2006 e il 2017. Lì dentro, 2.489 corpi. Sono i dati emersi dallo studio “Violenza e terrore: i dati delle sepolture clandestine” realizzato dal Programma sui diritti umani dell’Università “iberoamericana” di Città del Messico, dalla Commissione messicana di Difesa dei diritti umani dall’associazione Articolo 19.

I dati sono stati raccolti incrociando due “fonti”: la stampa e i comunicati ufficiali del governo.

– Tra il 2009 e il 2016 gli organi di informazione hanno raccontato della scoperta di 618 fosse clandestine, dalle quali sono stati riesumati 1.829 corpi e ben 45.817 “resti umani”.

– Tra il 2006 e il 2017 le fonti ufficiali parlano di 1.606 tombe e 2.489 corpi.

Ebbene, di tutti questi cadaveri sono stati appena il 6% quelli identificati dalla Procura generale della Repubblica. Ed è qui, secondo le associazioni che hanno portato avanti lo studio, il primo problema: l’assenza di una reale contezza del fenomeno. «Il numero di fosse clandestine continua ad aumentare: i dati di cui parliamo», è la triste certezza, «sono solo una piccola parte».

Ma cosa raccontano questi numeri? «Prima di tutto», spiegano da Articulo 19, «sono la prova dei livelli di violenza che si vive in Messico. Poi mettono l’accento sulla mancanza di adeguate strategie di prevenzione, sulla debolezza dei sistemi investigativi e, soprattutto, sull’impunità dei responsabili». L’appello alle istituzioni è di redigere un “registro nazionale” delle fosse clandestine «per avere almeno contezza dell’orrore e dare la possibilità agli organi di informazione di raccontare il fenomeno per quello che è: una delle maggiori piaghe del Messico», un Paese in cui «è spaventosamente facile morire nel silenzio. Sparire nel nulla». Al centro, un altro dato: quello che vede il Messico come uno dei Paesi con il più alto tasso di morti violente: 25,24 omicidi ogni centomila abitanti.

Due, in particolare, gli anni “orribili”. Il 2013, che ha visto questa media impennarsi in tre Stati: Chihuahua, 59 omicidi ogni centomila abitanti, Sinaloa, 41, e Guerrero, 63. Il 2011, con il famoso caso di San Fernando, stato di Tamaulipas, dove il numero degli omicidi fu di 310,95 ogni centomila abitanti.

Lo Stato dove è stato scoperto il maggior numero di fosse clandestine è quello di Guerrero. Ma tra il 2015 e il 2016 c’è stata una crescita esponenziale del numero di “tombe” nel Veracruz. Aggiungendo Jalisco, Chihuahua e Coahuila si scopre che oltre il 70% dei ritrovamenti è avvenuto in questi Stati.

«Far sparire le persone in fosse comuni è un fenomeno “tutto messicano”», spiegano gli autori dello studio. Ciò che in questi anni è cambiato sono le cause. Le motivazioni. Gli obiettivi. Tra il 1968 e il 1985 l’uso delle sepolture clandestine era parte integrante della cosiddetta “strategia anti-insurrezione” per eliminare persone considerate “pericolose” per l’equilibrio politico del Paese. Nel mirino soprattutto esponenti della sinistra “extraparlamentare”, attivisti dei diritti umani, esponenti delle comunità indigene. Oggi, invece, il vero obiettivo è «molto più semplice». E più spaventoso. Da un lato «rendere i corpi introvabili, far sparire queste persone nel nulla» minando così gli equilibri delle comunità, soprattutto indigene. Dall’altro, può sembrare paradossali, «farli trovare». Seppellirli in modo tale «da non precluderne la scoperta».

Se nel passato, quindi, le fosse comuni erano (anche) uno “strumento di terrore”, oggi servono per mettere in risalto la forza, «e l’impunità» con cui i gruppi criminali possono agire in Messico.

Mostrare come una persona è stata uccisa, giustiziata, torturata, e poi sepolta «serve a ribadire il proprio potere. A incutere terrore. A portare avanti la propria guerra di “egemonia criminale”». Contestualmente le popolazioni che vivono in luoghi dove è nota la presenza di pozzi, fosse, burroni, luoghi isolati, deserti, devono fare i conti con la consapevolezza della facilità con cui si può sparire nel nulla.

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