di Filippo Poltronieri

ROMA – L’ergastolo ostativo viola la dignità umana. La condanna arriva da Strasburgo, dove la Corte Europea dei Diritti Umani si è espressa condannando l’Italia per un regime che “depriva la persona delle sue libertà senza tendere a una sua riabilitazione”. La sentenza è stata emessa sulla base del ricorso presentato da Marcello Viola, condannato all’ergastolo ostativo, ovvero senza possibilità di sconti previsti invece dopo 26 anni per l’ergastolo ordinario. Viola era stato condannato a fine anni ’90 per omicidi, rapine e associazione mafiosa. Sulla sentenza della Corte di Strasburgo Il Paese Sera ha intervistato Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti.

Perché questa sentenza è importante?

«La sentenza è rilevante dal punto di vista concettuale e afferma due principi fondamentali. Il primo è che la tutela della dignità della persona è qualcosa rispetto alla quale tutte le altre esigenze vanno in secondo piano. Il secondo è che non ci può essere pena dell’ergastolo senza che ci sia una prospettiva di poter rivedere la situazione della persona dopo un congruo numero di anni ».

Sconti di pena sono possibili se il condannato opta per la collaborazione. Questa previsione non fa venir meno l’assolutezza dell’ostatività dell’ergastolo?

«La Corte afferma che non ci può essere un bilanciamento tra il rischio della pena perpetua e la questione della collaborazione, perché la persona potrebbe essere impossibilitata a collaborare, dato che la collaborazione può mettere in gioco anche la vita di altri famigliari, creando un bilanciamento asimmetrico. La collaborazione c’è un po’ dappertutto, in Italia c’è il 58 ter che la prevede come una connessione specifica alla criminalità organizzata. In questo l’ordinamento italiano si misura con un fenomeno non diffuso in tutti i paesi. Quello che non c’è da altre parti è che non esista possibilità di ripensamento. Peraltro tra i reati ostativi sono entrati anche alcuni reati non necessariamente legati alla criminalità organizzata, per esempio violenza sessuale su minore. Per quanto siano crimini orrendi, la logica dell’ostatività viene meno».

Esiste un dibattito sulla pena e sul carcere in Italia?

«Il dibattito sul carcere in Italia si concentra sui numeri e sull’affollamento. Credo che sia un po’ limitato, dovremmo riavviare un dibattito su almeno tre aspetti. Primo, sulle pene brevissime. Attualmente ci sono 1.800 persone che scontano una pena inferiore a un anno. Cosa rappresentano queste persone? Rappresentano la minorità sociale, sono le persone che non hanno una casa, che hanno avuto comportamenti stravaganti, tutte persone sulle quali altre forme di controllo sociale hanno fallito. Più noi indeboliamo il fuori carcere, cioè il sistema di strutture sociali, più tutte le contraddizioni vanno a finire nel carcere.  Secondo, dobbiamo investire sul dopo. Le persone escono dal carcere, è interesse della società costruire un percorso per un ritorno alla società, non è tanto un interesse sul prima ma sul dopo. Terzo aspetto è quello legato all’attesa. In carcere spesso non si fa niente, si crea emarginazione. Le persone non sono partecipi dell’evoluzione tecnologica. È un carcere troppo orientato al prima e davvero poco a quello che succede dopo».


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