di Erika Menghi

ROMA – Sei ore e 16 minuti alla guida di una Ferrari nella 24 Ore di Le Mans. Nessuna possibilità di errore. «Il tempo è quasi nullo anche per respirare», può raccontare con orgoglio Manuela Gostner, terza pilotessa italiana ad aver provato le emozioni del circuito de la Sarthe, quarant’anni dopo le due campionesse pioniere nella storia dell’automobilismo, Anna Cambiaghi e Lella Lombardi. Vedere una donna, in questo caso anche mamma di due bimbe, sul paddock è un evento tanto eccezionale quanto unico. Purtroppo. Manuela è abituata a stare in pista con gli uomini, e a batterli. Ma ha dovuto lottare per guadagnare la stima di chi in un primo momento la guardava come un’aliena in un mondo da sempre declinato al maschile. Non è tardi per fare la storia.

Come viene vista in questo ambiente?
«Una donna in un contesto prevalentemente maschile deve combattere molto più di un uomo per avere ascolto ed essere presa sul serio. Una volta conquistato il rispetto, diventi una di loro, ma devi essere veramente brava».

Cosa manca per la parità tra sessi nell’automobilismo?
«Il problema secondo me sono i numeri. Sono poche le ragazze che sono interessate veramente alle corse. Ѐ difficile, quindi, che da poche ne escano vere fuoriclasse, mentre è molto più logico che da centinaia di piloti maschi crescano 2-3 talenti e riescano a correre con le squadre più ambite».


Come coniuga l’essere mamma con l’essere atleta?

«Ho portato mia figlia solo una volta per divertimento in pista e non credo che fará una carriera alla guida. A casa sono una madre normalissima che cerca in tutti i modi di incastrare gli impegni lavorativi con quelli della famiglia. Sono convinta che una cosa non escluda l’altra, ma anzi dia più valore a entrambi i ruoli».

Una pilotessa con la tuta del mestiere può attrarre sponsor?
«Trovare partner che supportino la propria persona o un progetto é sempre un’impresa difficilissima. Ancora di più per le donne. Spesso le aziende appoggiano e credono di più in figure maschili».

Com’è nato l’amore per il paddock?
«Ho giocato tutta la mia vita a pallavolo. Era mio fratello David quello portato per le corse. Mio padre Thomas lo accompagnava e andava in pista con lui nel campionato Ferrari Challenge Europe. Vederli correre insieme è stata una sensazione bellissima. Sull’onda di questo entusiasmo, mi hanno chiesto di provare la loro macchina in un test di fine anno. Mi sono divertita come una matta sul circuito di Cremona, ma solo quando sono salita a bordo con David che guidava mi sono innamorata totalmente di questo sport».

Fino a realizzare il sogno di correre alla 24 Ore di Le Mans.
«Ѐ magica. Quando sei lì ti rendi veramente conto che tutto ciò che ti avevano detto è reale. Essere parte di una gara che ha fatto la storia ed è considerata un mito può diventare davvero un peso e all’inizio ha condizionato il mio modo di guidare. Nelle prove libere mi è capitato di perdere l’auto e andare fuori pista. In quei momenti è difficile rientrare nel flow e recuperare velocemente la fiducia. Poi però ho capito che più mi autoconvincevo delle mie capacità, più mi sentivo a mio agio e riuscivo a essere la vera protagonista di ciò che stavo vivendo».

Obiettivi per il futuro?
«Sicuramente il podio nelle prossime gare della European Le Mans Series. E poter partecipare ancora una volta alla 24 Ore di Le Mans».

Magari sfidando altre donne “rivoluzionarie”.