di Anna Toro

ROMA – «Se bruciamo, bruci con noi»: è la frase apparsa su uno degli striscioni durante le dure proteste che il primo luglio hanno portato all’occupazione, da parte dei manifestanti, della sede del Parlamento di Hong Kong. La data, dopotutto, non era una qualsiasi: il primo luglio corre infatti l’anniversario della consegna del territorio alla Cina (avvenuta nel 1997) dopo 156 anni di colonia sotto l’impero Britannico. E l’occupazione di quello che è un simbolo del potere politico locale arriva dopo settimane di scontri e tensioni che hanno visto i cittadini sollevarsi contro il progetto di legge sull’estradizione forzata, che avrebbe consentito al governo di Hong Kong di estradare in vari Paesi – Cina compresa – chi fosse sospettato di particolari crimini. C’è il rischio di una nuova ondata di violenze? Ne abbiamo parlato con Francesca Manenti, senior analyst e responsabile del desk Asia e Pacifico presso il Ce.S.I. (Centro Studi Internazionali).

Grazie alle pressioni della piazza il disegno di legge sull’estradizione forzata è stato messo in stand-by, eppure le proteste sono continuate. Cosa significa?

«Il disegno di legge era visto dai manifestanti come un possibile vulnus nei diritti e nelle libertà di cui i cittadini di Hong Kong hanno sempre goduto ed è stato la scintilla per le manifestazioni scoppiate a metà giugno. Sullo sfondo c’è però la forte intenzione, da parte della popolazione, di ribadire di fronte al governo locale la propria autonomia, vera e radicata, rispetto a quelle che sono le politiche di Pechino. Per questo le manifestazioni non si sono fermate».

Gli accordi tra Cina e Gran Bretagna del 1997 includevano una serie di garanzie per il mantenimento dell’autonomia per altri 50 anni, fino al 2047. Il governo di Hong Kong sta disattendendo a questi impegni?

«Per ora no, ma le proteste di questi giorni sembrano guardare proprio al 2047, nel senso che l’attuale governatore di Hong Kong, Carrie Lam, viene accusata dalle piazze di essere molto vicina al governo di Pechino e di aver iniziato tutta una serie di politiche di apertura verso quella che è una maggior presenza della Cina nel Paese. Il messaggio arriva da una nuova generazione di cittadini che non è più figlia del precedente passato storico ma che vuole provare a costruire una narrativa diversa, per ribadire uno status di autonomia che loro sentono come proprio e che vogliono mantenere anche dopo il 2047».

Cosa pensa Pechino di tutto questo?

«Il governo cinese in questo momento sembra fortemente intenzionato a rispettare quella che è l’agenda di autonomia e il termine indicato. Guarda alle proteste come un alterco locale e si mantiene ai margini. Tuttavia l’integrità territoriale è un punto fermo nell’agenda di Pechino perciò temo che, man mano che ci avvicineremo al 2047, questo sarà un punto dolente. Non sarà tanto un problema di dialogo politico – ricordiamo che Carrie Lam, secondo anche quanto denunciano le piazze, è stata eletta con un forte aiuto dalla classe dirigente cinese – quanto di sentimento dei cittadini rispetto a quello che sembra essere un processo storico determinato a compiersi».

Siamo di fronte ad un’escalation delle violenze da parte delle piazze?

«Ancora è presto per dirlo. Le imponenti manifestazioni di metà giugno contro il cosiddetto extradition bill, e anche le precedenti, sono state abbastanza pacifiche. Semmai i cittadini hanno accusato la polizia di aver reagito in modo esagerato, provocando anche la morte di alcuni manifestanti. Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime ore, con la vandalizzazione del Consiglio legislativo locale, è stato invece un fatto nuovo: non sappiamo ancora se frutto di un gesto spontaneo della piazza promosso da determinate frange un po’ più attive e muscolari, o se invece c’è stata una maggiore organizzazione che porterà, anche nei prossimi mesi, ad altre azioni e iniziative del genere».

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