di Giulia Polito

ROMA – L’ultima data annunciata era il 10 giugno. Il senatore Simone Pillon aveva consegnato alla propria pagina Facebook la comunicazione che riguardava la discussione in Commissione Giustizia sul disegno di legge 735 in materia di separazione e affidamento dei figli. Una discussione che, alla fine, non c’è ancora stata. Sul ddl Pillon vige ancora il silenzio. O almeno quasi. Perché proprio la scorsa settimana il Senatore ha parlato nel corso di un incontro pubblico, ribadendo che «la radice profonda della riforma è il superiore interesse del bambino. Il nostro principale nemico è la conflittualità».

Si fa presto a dire. Ma la verità è che il ddl Pillon è tra i disegni di legge più discussi e divisivi di sempre. E non a caso: 24 articoli con cui si rende la mediazione obbligatoria, si ostacola di fatto il divorzio, si dice addio agli assegni di mantenimento. I movimenti femministi da tempo lamentano l’impronta “maschilista” del disegno di legge; alcune associazioni di padri separati invece lo salutano con favore, ma non tutte. Nel marasma della discussione, ciò che emerge con grande chiarezza è la spaccatura sociale figlia dei nostri tempi: uomini e donne, messi gli uni contro le altre da coperture che non bastano a rendere autosufficienti le seconde, rendendole dipendenti dai primi. Padri che non sempre riescono a far fronte alle spese per il mantenimento. 

Secondo i dati diffusi dalla Caritas il 46% dei padri separati e divorziati costituiscono oggi i “nuovi poveri”. Già nel 2014 la Caritas sottolineava che circa il 66% dei padri separati non riusciva a provvedere al mantenimento. Secondo i dati Eurispes, nel 2016 su 4 milioni di papà separati circa 800 mila vivevano sotto la soglia di povertà, un milione e mezzo in condizione di indigenza. Complici gli assegni di mantenimento da versare alle ex mogli, la disoccupazione, i mutui per le case. Inevitabilmente molti di loro finiscono con il diventare dei clochard.

Dall’altra parte le donne non se la cavano certo meglio. Nonostante i dati Istat del 2017, che rilevano un incremento dell’occupazione femminile, l’Italia resta ancora fanalino di coda dell’Europa (in penultima posizione, fa peggio solo la Grecia). Secondo la Svimez poi il divario aumenta nel Mezzogiorno, dove la forbice con la media europea si allarga e supera i 30 punti percentuali di scarto. Le politiche in materia di welfare certo non aiutano soprattutto le donne, che in misura maggiore sono costrette spesso ad abbandonare il lavoro per dedicarsi ai figli, ai genitori anziani, ai parenti in condizione di disabilità.

Non vi è dubbio dunque «che una riforma sia necessaria». A dichiararlo a Il Paese Sera è Jakub Golebiewski, presidente dell’associazione “Pim – Padri in Movimento”. Che nei confronti del ddl Pillon ha un atteggiamento estremamente critico: «La norma di legge presentata sin qui rappresenta un’accozzaglia di norme messe insieme che vanno inserite nel sistema giudiziario italiano, manchevole di molte cose. Mancano poi le politiche a sostegno delle famiglie. Per pensare una riforma equa occorre pensare al contesto in cui ci si muove e riportare l’ago della bilancia al centro. Non guardare più solo al lato economico delle cose, ma all’equilibrio familiare nel suo insieme. Non guardare ai generi, bensì ai ruoli». Secondo Golebiewski «certo è che esiste un dramma della povertà per i padri separati. E’ anche vero che con il ddl Pillon sarebbero le donne invece a finire per strada».

Cambiare prospettiva dunque, ripartendo dalla necessità di tutelare anzitutto i minori. Come? «Iniziando a responsabilizzare maggiormente i genitori e abbassando i livelli di conflittualità. Intervenire sui (troppi) errori giudiziari che vengono commessi nelle aule di tribunale e chiedere l’intervento della magistratura solo nel caso di un mancato impegno. Ma i genitori devono restare gli unici incaricati della gestione familiare». E per quanto riguarda il lato economico della separazione Golebiewski sottolinea che «il conferimento diretto è previsto solo in pochi casi, ma lì dove manca simmetria tra i redditi allora ci si deve appoggiare sul reddito forte». Insomma, «trovare un terreno comune e un punto di incontro anche con le donne per non concedere la possibilità di fare compromessi a terzi. E soprattutto cambiare atteggiamento culturale, eliminare definitivamente le torrette di interessi personali».