di Filippo Poltronieri

ROMA – È il carabiniere che ha fatto riaprire le indagini sul caso Cucchi, grazie alle sue testimonianze. Per questo, Riccardo Casamassima è stato trasferito, ha perso le indennità e ha subito una decurtazione di stipendio. «Il segnale che hanno dato è chiaro» commenta il militare. «Io lavoravo in strada, mi hanno chiuso in ufficio, l’Arma ha detto che mi stava tutelando, la verità è che hanno allontanato me, testimone, e non il maresciallo con cui stavo lavorando, indagato».

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Anac aveva promesso l’apertura di un fascicolo sulla faccenda. «Ho trovato una Commissione disponibile ma anche persone già influenzate dalle relazioni precedenti che contenevano provvedimenti disciplinari di dieci anni prima, una serie di infondatezze che non c’entravano nulla con la mia testimonianza». Abbandonato dal suo corpo di appartenenza, Casamassima ha trovato la solidarietà dei parenti di tante altre vittime di Stato e la vicinanza di colleghi che affrontano situazioni simili.

«Io ora ho una certa visibilità, tanti commilitoni mi chiamano e mi raccontano storie difficili. L’Arma ha un numero elevatissimo di persone che si suicidano, basta pensare al caso del brigadiere Santino Tuzi, carabiniere che con la sua testimonianza ha riaperto il caso sull’omicidio di Serena Mollicone. Rompere il muro del silenzio nell’Arma è difficile, non ci sono referenti, ci vorrebbe un gruppo di controllo trasversale che conosca i meccanismi interni. Chi denuncia un illecito non deve essere premiato ma blindato sì».