di Paola Medori

Narratore da Premio Oscar. Principe del palcoscenico e dei set cinematografici. In una sola parola Toni Servillo. L’attore napoletano, classe 1959, ha conquistato i teatri d’Europa con la messa in scena di Elvira”, un viaggio che indaga nel profondo il mestiere dell’attore. A “Il Paese Sera” racconta la passione nell’affrontare un ruolo, commentando ironicamente: «Mi considero un attore molto disciplinato».

“Elvira” prende le mosse dalle sette lezioni teatrali che l’attore francese Louis Jouvet tenne al Conservatoire National d’Art dramatique di Parigi nei mesi dell’occupazione nazista. Oggi, in Italia, è in aumento l’intolleranza sociale.

La pièce è ambientata nel 1940 nella Francia della seconda guerra mondiale occupata dai nazisti, in un’epoca fatidica per la Storia dell’umanità. “Elvira” racconta vicende che sono avvenute in anni tragici, non paragonabili a quelli che stiamo vivendo, che sono altrettanto drammatici ma per motivi non riconducibili alle leggi razziali.

Il teatro può essere strumento per risvegliare le coscienze?

Dovrebbe essere il luogo in cui il pubblico e l’attore trovano una connessione profonda alla scoperta dei valori del testo teatrale.

Con Elvira” si indaga il mestiere dell’attore che non è solo un esercizio di stile e tecnica ma un viaggio nella propria interiorità.

Esatto. Jouvet non vuole formare degli attori ma delle coscienze. Persone che si mettono a nudo per restituire al pubblico l’autenticità dei grandi personaggi di cui è ricca la letteratura mondiale. Solo in questo modo il mestiere dell’attore diventa un’avventura straordinaria e introspettiva alla scoperta di se stessi e degli altri.

Il teatro, quindi, come momento di connessione totale tra attore e pubblico. Una magia spesso interrotta dalla presenza ingombrante dei cellulari.

I cellulari vanno spenti. Non sono un intrattenitore. Quando sono sul palco compio un grande sforzo mnemonico per portare a termine lo spettacolo. Il livello di attenzione è talmente ridotto al minimo che sarebbe insostenibile vedere un Amleto, spettacolo che dura 4 ore.

Elvira è un passo a due, con al centro della scena il maestro che lavora con la sua allieva alla ricerca della verità della rappresentazione. Nella vita a quale figura si sente più affine?

Non mi considero un maestro. Quello che cerco di fare è trasmettere la mia esperienza e passione agli attori più giovani con cui condivido il palco con la speranza che ne facciano tesoro.

Ad oggi il teatro rimane sempre il suo primo amore?

Il mestiere dell’attore assorbe tutti i miei pensieri, sia a teatro che al cinema.

Film come “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi confermano il suo impegno per promuovere il cinema di nuovi autori.

Spesso mi lascio coinvolgere nei loro progetti, fin dalle prime battute. A volte anche nella stesura iniziale della sceneggiatura, ma non in qualità di autore. Il mio contributo riguarda il processo di creazione del personaggio.

Ma non ne fa una condizione sine qua non?

No, se trovo una sceneggiatura bellissima, l’accetto senza remore. Mi considero un attore molto disciplinato poi tutto diventa più facile quando tra me e il regista si instaura un nuovo rapporto di fiducia.

Lo spettacolo, che è diventato anche il docu-film Il teatro al lavoro girato da Massimiliano Pacifico e Diego Liguori, è come un manifesto su come si recita. Un nuovo teatro nel teatro.

Era importante che un lavoro di questo tipo oltrepassasse i confini del teatro per raggiungere un pubblico più ampio.

 


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