di Anna Toro

ROMA – L’uccisione di un diciottenne nero da parte di un poliziotto bianco fuori servizio ha scatenato la reazione della comunità del ragazzo, che per due giorni ha manifestato in diverse città, tra sit-in, blocchi di strade, auto in fiamme e scontri con le forze dell’ordine. No, non è successo negli Stati Uniti, ma in Israele. L’adolescente ucciso, Solomon Tekah, fa parte infatti della comunità degli ebrei etiopi, che da sempre denuncia le discriminazioni e il razzismo istituzionalizzato che le persone con la pelle nera – pur essendo cittadini israeliani – si trovano a vivere ogni giorno nel Paese.

È accaduto martedì 2 luglio: il poliziotto si trovava in un parco giochi con la sua famiglia quando è intervenuto per fermare un litigio tra due giovani, che avrebbero iniziato a lanciargli contro delle pietre. Temendo per la sua vita, l’ufficiale avrebbe tirato fuori la pistola e premuto il grilletto, che ha colpito il diciannovenne, morto poi in ospedale. Questo, almeno, secondo il resoconto della polizia. Testimoni oculari negano invece il lancio di pietre, e affermano che il poliziotto avrebbe sparato senza essere stato provocato. L’ufficiale è stato arrestato e ora si trova agli arresti domiciliari. Da qui la rabbia nella comunità etiope, con proteste che si sono sparse da Tel Aviv, ad Haifa fino a Gerusalemme: una cinquantina i feriti, secondo il quotidiano Haaretz.

Proprio come gli arabi israeliani, anche i membri della comunità etiope continuano a sentirsi trattati come cittadini di serie B – ebrei neri in un Paese bianco – ingiustamente presi di mira dalla polizia e sottoposti a sistematiche discriminazioni. Sono 140 mila gli ebrei di origine etiope che vivono in Israele, circa l’1,5 per cento della popolazione. La maggior parte è arrivata in due grandi ondate migratorie negli anni ’80 e ’90, in seguito al riconoscimento israeliano della comunità ebraica dell’Etiopia nel 1975. Secondo l’organizzazione Ethiopian National Project, ad oggi la comunità continua a registrare un tasso di povertà e di disoccupazione più elevato, e un reddito medio inferiore rispetto alla popolazione generale di Israele.

Le tensioni però vanno oltre l’economia. Basti pensare che fino alla metà degli anni ’90 le banche del sangue israeliane gettavano via il sangue donato dagli ebrei etiopi a causa della paura della contaminazione da HIV. Diversi anche gli episodi che hanno visto una reazione sproporzionata da parte della polizia, con arresti arbitrari e impiego brutale della forza, senza che poi i responsabili venissero mai perseguiti. Da qui la crescita del dissenso, con una nota più attiva e forse più muscolare rispetto alle proteste degli anni passati. «Non c’è un solo ebreo di origine etiope che non abbia mai sperimentato il razzismo in Israele a causa del colore della sua pelle» ha scritto Danny Adena Abebe, giornalista etiope-israeliano, in un articolo per il quotidiano Yedioth Ahronoth, ripreso anche da CNN. «La seconda generazione di etiopi è nata e cresciuta in una realtà cupa in cui il loro sangue può essere versato impunemente».