di Linda Dorigo

ROMA – Un trionfo. İmamoğlu si è confermato sindaco di Istanbul dopo le elezioni, annullate, dello scorso 31 marzo, con una percentuale storica: il 54 per cento dei consensi. Di contro l’altro candidato in corsa Yildirim ha ottenuto solo il 43 per cento. La vittoria, che ha portato il Chp a governare la capitale dopo 25 anni di dominio dell’Akp, è importante perché rappresenta un segnale di forte speranza per l’opposizione che in questi mesi ha visto il governo del presidente Recept Tayyip Erdoğan stringere in un cappio sempre più stretto le libertà del paese.

Non solo: il fatto che i repubblicani abbiano sfondato nei quartieri più conservatori, roccaforte dell’Akp come Fatih e Eyupsultan, è una garanzia per il neo sindaco: con 28 distretti ottenuti su 39, Imamoğlu potrà governare con sufficiente spazio di manovra. Ricevuti i complimenti del presidente e dello sfidante, nel suo primo discorso Imamoğlu non ha dimenticato di mettere in ordine le idee sul futuro della sua amministrazione: «Voglio rimanere aperto a tutti. La nostra Istanbul deve diventare un progetto comune». Una costruzione che non può prescindere da una cesura rispetto al passato, senza chiusure, perché i grandi problemi da risolvere sono diversi, dalla metro alla questione dei rifugiati. «Oggi Istanbul si è ripresa la democrazia. Lo scorso 31 marzo questa città la democrazia l’aveva persa».

Mentre il Chp festeggia il risultato elettorale, stamani la folla ha cominciato a riunirsi davanti al carcere di Silivri dove è cominciato il processo per Gezi: 16 imputati tra accademici, giornalisti, artisti e imprenditori accusati di aver tentato di rovesciare il governo di Erdoğan con le proteste di Gezi Park, avvenute tra il 28 maggio e il 3 agosto 2013. L’imputato più noto è l’imprenditore e filantropo Osman Kavala, da anni impegnato nel dialogo interculturale e fondatore dell’organizzazione non governativa Anadolu Kultur, accusato da Erdoğan di aver finanziato le manifestazioni anche attraverso i suoi legami con Soros. Altri imputati in contumacia sono Can Dundar, ex direttore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, e l’attore Mehmet Ali Alabora.

Il processo è fortemente criticato da Amnesty International e Human Rights Watch, secondo cui nelle 657 pagine dell’atto d’accusa della procura «non c’è uno straccio di prova. Questo processo parla di un sistema giudiziario profondamente indebolito che ha permesso lo svolgimento di questa caccia alle streghe politica». Anche Emma Sinclair-Webb, direttrice per la Turchia di Human Rights Watch ha espresso perplessità sulle modalità di acquisizione delle prove che avrebbero portato a formulare le accuse: «I pubblici ministeri – ha detto in un’intervista a Al-Monitor – hanno fornito tutte queste telefonate, fotografie e centinaia di conversazioni intercettate il cui significato non è chiaro… Quindi è stata ottenuta questa massa di prove che non è affatto una prova».

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