di Erika Menghi

ROMA – Una fotografia in numeri di un Paese sicuramente invecchiato e sempre più spaccato a metà. Ma non solo: qual è il genere e la geografia dei dati Istat? La visione anticipata del futuro delle donne, dei giovani e degli stranieri racconta in realtà di una posticipazione della fase adulta (e della maternità), di prospettive poco accattivanti che portano alla fuga dei cervelli e di un ridimensionamento della crescita dei nuovi italiani. Dov’è lo sviluppo?

DONNE

È stata registrata, quasi acclamata, la dinamica positiva dell’occupazione femminile. Ci sono, infatti, 492 mila occupate in più negli ultimi cinque anni, un aumento di 3 punti percentuali. Ma non basta. Soprattutto perché sotto una più attenta lente d’ingrandimento emergono problemi radicati nella società che non sono affatto cambiati. Il 40,4% di quelle donne svolge un lavoro part-time involontario. E nella fascia d’età (25-49 anni) in cui c’è la maggiore concentrazione di madri con figli minori la suddetta crescita è in realtà contenuta: appena l’1,5%. Quindi più occupate, ma meno stabilità e ore lavorate. Non può stupire che l’Italia sia un Paese dalle culle sempre più vuote. La posticipazione dell’età adulta è un dato di fatto: 32 anni è l’età media delle neo mamme e molti ancora (oltre la metà) nella fascia dai 20 ai 34 anni vivono con almeno un genitore.

Nemmeno le giovani (15-24 anni) possono sorridere. La disoccupazione è una problematica che riguarda più le donne degli uomini, a qualsiasi età: per le prime il picco negativo è in Campania e in Sicilia, oltre il 60%, mentre il massimo per i secondi è il 50% in Calabria. Togliendo il “tag” giovanile l’immagine si modifica ma non cambia nella sostanza: il maggior numero di disoccupati maschi è in Sicilia (19,8%), per quanto riguarda le femmine è in Calabria (24,8%).

GIOVANI

Non è un caso se i cervelli italiani scappano, soprattutto dal Sud, e migrano all’estero. Preferenza per il Regno Unito e la Germania. Sono oltre 200 mila i giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno fatto questa scelta negli ultimi 10 anni e due terzi di loro hanno un livello d’istruzione medio-alto. Quello che serve per trattenere queste risorse è restituire una prospettiva di futuro florido ed inclusivo, che alcuni ragazzi hanno visto nell’economia verde. Una strada aperta che per ora porta nelle piazze, ma può segnare importanti progressi anche ad altri livelli. Lo dicono i dati Istat. Il settore delle eco-industrie è oggi tra i più promettenti e potrebbe offrire nuove occupazioni, a patto che sia sostenuto da un’adeguata politica industriale. Secondo la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, entro il 2025 potrebbero esserci 800 mila posti di lavoro prodotti dalla green economy. Capitale umano per il futuro e per l’ambiente.

IMMIGRAZIONE

I giovani potrebbero diventare così il nuovo serbatoio demografico dell’Italia, che ad oggi si basa esclusivamente sulla crescita dei “nuovi italiani” negli ultimi vent’anni. Al primo gennaio 2019 si contavano 5 milioni e 234 mila residenti stranieri. Attenzione, però, perché il dato potrebbe ingannare. Il contributo dell’immigrazione si sta ridimensionando nel tempo, un po’ per effetto della politica dei porti chiusi e un po’ perché anche loro fanno sempre meno figli.

COSA MANCA

L’Istat ha mostrato come la povertà assoluta non accenna a diminuire, con l’indicatore che tocca il massimo proprio nel Mezzogiorno, dove passa dal 5,2% del 2008 all’11,4% del 2018, e registra il maggior incremento negli ultimi 10 anni tra i minorenni e i giovani di 18-34 anni: rispettivamente +8,9 e +6,4 punti percentuali. Non dice, tuttavia, quale sia il rapporto tra povertà e disabilità. E non si è fatta attendere la denuncia della Fish: «Non sono stati adottati i principi della Concezione Onu né il Programma d’azione: occasione mancata per indagare questa correlazione e avviare politiche contro l’esclusione».