di Paola Medori


Per la prima volta a Roma la monaca buddhista coreana, Jeong Kwan, considerata tra i migliori chef vegani e zen del mondo presenta il “Baru Gongyang”, il rituale sacro con cui si mangia con gratitudine nei templi buddisti.

È un modo di mangiare che non appartiene all’Occidente, qual è l’importanza di questo rituale?

È una riflessione sull’origine del cibo. Nel buddhismo il pasto non è svago o convivialità, come in Occidente, ma ha un significato profondo: è il nutrimento per mantenersi in vita. Un modo meditativo per essere grati alla natura, ai suoi doni e agli altri esseri viventi.

Come si svolge il “Baru Gongyang”?

Ogni monaco ha le sue “baru”, ciotole di legno disposte una dentro l’altra dove vengono versati: riso, zuppe, verdure, brodo e acqua. Ognuno mette nel “baru” solo il necessario di cui ha bisogno cercando di sprecare il meno possibile, senza lasciare nulla a tavola.

Quale è l’antica origine di questa tradizione culturale?

La cucina del tempio è nata con l’arrivo del buddhismo in Corea. Il concetto base è quello di ahimsa, che in sanscrito vuol dire che gli ingredienti sono solo di origine vegetale e il consumo di carne è vietato. Nel buddismo coreano tutto è considerato parte della pratica, da coltivare i campi a preparare il cibo. Quello che viene portato a tavola è raccolto dai monaci con le proprie mani, nel rispetto della natura, dell’uomo e degli animali che condividono la stessa aria e lo stesso universo con noi.

Il rituale cambia se svolto in Occidente?

Cambia da paese e paese perché le differenze culturali influenzano le pratiche di meditazione ma la chiave di questa cucina è considerare il cibo come una medicina per rafforzare il fisico al fine di raggiungere l’illuminazione.

Come si concilia la spiritualità del “Baru Gongyang” con la vita frenetica e distratta di tutti i giorni?

Il pasto non è una questione di tempo ma un momento per creare qualcosa dal nulla perché il cibo una volta immesso nel corpo perde la sua forma e ne ritrova una nuova. È un rituale prezioso per svuotare la nostra anima e ritrovare l’armonia con se stessi e con gli altri. Mangiando lo stesso cibo, gli esseri umani diventano uguali l’uno all’altro.

Lei che vive nell’Eremo di Cheonjinam, in Occidente si riuscirà ad avere il giusto rispetto per il cibo contro lo scandalo dello spreco alimentare?

Evitare lo spreco, che in Occidente è un fenomeno troppo diffuso, è il principio cardine del rito. Mi duole l’animo vedere tutta questa perdita di cibo. Organizzo incontri in tutto il mondo per insegnare alle persone che esiste un metodo di consumo più giusto ed ecologico. Il cibo è come il nostro corpo, il che significa che ha una sua vita e un’anima. Se, ad esempio, ci tagliassimo un braccio, proveremmo molto dolore, e allora perché restiamo indifferenti di fronte a un mondo che produce così tanti rifiuti?


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