di Anna Toro

ROMA – Hanno dovuto demolire la propria casa con le loro stesse mani per riuscire a salvare i pochi averi dall’arrivo dei bulldozer, e ora il loro destino è incerto. Succede in Libano, nella città di confine di Arsal, dove migliaia di rifugiati siriani stanno subendo un nuovo giro di vite da parte delle autorità libanesi, che vorrebbero spingerli a rientrare in Siria.

Un ordine partito dall’esercito ha imposto infatti la rimozione, entro il primo luglio, di qualsiasi edificio o costruzione in cemento presente nell’insediamento, che fino ad oggi ospitava circa 40mila persone. Lo scopo: prevenire l’edificazione di strutture “permanenti” ed evitare così una situazione simile a quella dei campi profughi palestinesi nel Paese. «Centinaia di bambini che hanno già visto le loro abitazioni distrutte dalla guerra in Siria sono costretti ad assistere di nuovo alla demolizione della loro casa in Libano, e dovranno rivivere l’esperienza traumatica di dormire all’aperto o in tendoni affollati di gente» ha detto Allison Zelkowitz, direttore di Save the Children in Libano, che sta seguendo la situazione insieme alle ong World Vision e Terre des hommes.

Sul campo, anche l’organizzazione britannica Edinburgh Direct Aid e l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), che da venerdì stanno aiutando famiglie a spostarsi e costruire nuovi rifugi – stavolta di legno e teloni, per scampare all’editto. La situazione è però disperata e i siriani sono preoccupati, soprattutto per le dure condizioni meteorologiche che caratterizzano l’area – temperature torride d’estate ed estremamente rigide d’inverno, con frequenti alluvioni.

«Bisogna riempire i secchielli d’acqua molte volte al giorno per mantenere le condizioni minime di igiene personale – continua Allison Zelkowitz – Le famiglie hanno ammucchiato le poche cose che possedevano vicino alla loro casa demolita o le hanno stipate da vicini e parenti in attesa di trovare un altro posto dove stare».

Ma è soprattutto l’incertezza a destare preoccupazione. Il Libano è infatti diventato la patria di circa 1,5 milioni di siriani da quando è scoppiata la guerra siriana nel 2011. E se durante lo scorso anno un piccolo ma crescente flusso di rifugiati ha iniziato a rientrare – spinti anche dalla propaganda del governo libanese – la maggioranza sa bene che il conflitto prosegue violento in vaste aree del Paese. In più sono molti quelli che temono la coscrizione militare o l’arresto.

Eppure, complice la crisi economica, il Libano ha iniziato a mostrare sempre più insofferenza verso i rifugiati siriani, a partire dalle istituzioni. L’ordine di demolizione del campo di Arsal è infatti giunto a seguito di un’ondata di pressioni politiche, orchestrate in primis dal ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil, leader del partito cristiano Movimento Patriottico Libero. La sua retorica ostile – a partire dalla cosiddetta «identità genetica» dei libanesi e da slogan come “Il Libano sopra di tutti” – in alcuni casi avrebbe portato anche a episodi di violenza, come l’attacco a un insediamento siriano nei pressi della città di Deir al-Qamar, che a inizio giugno ha provocato lo sfollamento di 400 persone.