di Anna Toro

ROMA – Di quante conferme avrà bisogno l’Italia per convincersi che la Libia non è un “porto sicuro”? Se lo chiedono le associazioni e i gruppi che si occupano di diritti umani e dei migranti dopo l’attacco di stanotte al centro di detenzione di Tajoura, alla periferia di Tripoli, che ha provocato 40 morti e 130 feriti. «La gente era dappertutto, il campo distrutto, le persone piangevano, la corrente è saltata» ha raccontato alla BBC il medico del ministero della salute libico Khalid Bin Attia, presente sulla scena. «Non si riusciva a vedere nulla se non quando è arrivata l’ambulanza. È stato orribile, il sangue era ovunque, le persone fatte a pezzi». Medici Senza Frontiere (Msf) riporta che, al momento dell’attacco, «oltre 600 uomini, donne e bambini vulnerabili erano intrappolati nel centro».

Le vittime, inutile dirlo, sono soprattutto persone provenienti da diverse parti dell’Africa che tentavano di raggiungere l’Europa imbarcandosi dai porti libici. Molti vengono bloccati lungo la rotta, prima di partire, altri vengono “salvati” in mare dalla sedicente Guardia costiera libica che, per effetto di accordi con il governo italiano, si occupa di riportarli tutti a Tripoli. La maggior parte finisce nei centri di detenzione per mesi, anni, in attesa – se sopravvivono – di conoscere il loro destino. Questo mentre nel Paese infuria la battaglia tra il governo del presidente Fayez Al-Serraj – sostenuto da Onu e Stati Uniti – e l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar. Il primo accusa il secondo dell’attacco a Tajoura. Dall’altra parte, però, si nega, nonostante solo il giorno prima abbiano minacciato «forti e decisivi raid aerei su postazioni selezionate» nella capitale, come vendetta per la perdita dell’avamposto di Gharyan, strategico per il controllo di Tripoli.

«La situazione va peggiorando e le prime vittime sono i migranti, che vengono in pratica usati come scudi umani» commenta a Il Paese Sera il giornalista libico Moftah Mosbah. «Una parte del centro di Tajoura è stata distrutta e spostare i feriti si sta rivelando molto difficile». Spiega che quello di ieri sarebbe il bilancio più sanguinoso da quanto Haftar, a inizio aprile, ha lanciato un’offensiva per conquistare la capitale innescando una nuova guerra civile in un Paese già preda del caos dalla morte di Gheddafi nel 2011. E non si tratta nemmeno del primo attacco alla struttura.

«Appena otto settimane fa, frammenti da un’esplosione hanno distrutto il tetto nell’area riservata alle donne e hanno quasi colpito un bambino» riporta ancora Medici Senza Frontiere. Ad aprile sono finiti al centro degli scontri tra milizie le persone migranti detenute nel centro Qasr bin Ghashir, vicino a Tripoli, e attacchi ci sono stati anche nel famigerato centro di Zintan. Questo mentre l’Unhcr e le organizzazioni non governative continuano a chiedere l’evacuazione di queste strutture, descritte in numerosi report come degli “inferni”, in cui anche i più basilari diritti umani non vengono rispettati.


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