di Anna Toro

ROMA – L’attacco della settimana scorsa al villaggio maliano di Sobane-Koue, nella regione di Mopti, ha riportato per un attimo la crisi del paese all’attenzione dei media: 35 le vittime (11 adulti e 24 bambini), contro le 95 annunciate in un primo momento. Al centro delle indagini e delle cronache dei media, le tensioni etniche e politiche che ormai da lungo tempo insanguinano il Mali, insieme alla più recente infiltrazione di gruppi jihadisti che ne sfruttano l’instabilità. Un po’ meno sotto i riflettori l’altro grande elemento che, quando non è proprio la causa scatenante dei conflitti, di certo contribuisce ad esacerbarli: il cambiamento climatico e la desertificazione, con il conseguente spostamento di tribù e popolazioni e scontri per l’accaparramento di terre e spazi.

Ottavo paese più grande dell’Africa, il Mali si trova infatti nella parte occidentale del continente, senza sbocchi sul mare, a cavallo tra il deserto del Sahara e il Sahel, una cintura semi-arida che corre da est a ovest attraverso l’Africa. Nell’ultimo decennio ha vissuto diversi gravi periodi di siccità che ne hanno peggiorato la situazione di povertà, malnutrizione e instabilità. Secondo il World Food Program nel 2015 circa 2,5 milioni di maliani stavano lottando per sfamare le loro famiglie, e più di 300.000 abitanti soffrivano di severe carenze alimentari. Complice anche il climate change, il problema ad oggi è costituito soprattutto dall’alternarsi di periodi di siccità e forti inondazioni, che stanno durando sempre più a lungo, infliggendo alla popolazione enormi costi in termini di colture e bestiame. Gli agricoltori e i pastori nomadi, appartenenti a diversi gruppi etnici, si stanno trovando di fronte a risorse sempre più limitate e gli scontri – in genere su piccola scala – si sono fatti via via più frequenti. E il futuro non fa presagire nulla di buono.

Secondo l’International Institute for Sustainable Development (IISD) le temperature nel Sahel sono aumentate di quasi 1° C dal 1970, a un tasso che è quasi il doppio della media globale. Ogni anno, il deserto avanza di 2 chilometri, mentre stime della Fao riportano circa l’80 per cento delle terre agricole del Sahel come interessate dal degrado, tra cui l’erosione del suolo e la deforestazione. Intanto le popolazioni raddoppiano ogni 20 anni, «ogni generazione più fragile della precedente». Le proiezioni per giugno-agosto 2019 della Fao in Mali parlano di oltre 400mila persone in condizioni di grave insicurezza alimentare e 657mila bambini affetti da malnutrizione acuta. Per sopravvivere, molti sono così costretti a unirsi ai gruppi armati.

Agire contro la desertificazione che avanza diventa così essenziale per la sopravvivenza stessa di queste popolazioni, oltre che un modo per stemperare i conflitti. Tra le azioni intraprese a livello mondiale: il progetto della Grande Muraglia Verde, cominciato nel 2007 con lo scopo di creare un muro di vegetazione che attraversa 11 Paesi africani – Mali compreso – da ovest verso est per 8mila chilometri. Tra gli obiettivi: migliorare i terreni e contrastare il cambiamento climatico. Sebbene sia attualmente completato solo per il 15 per cento circa, e nonostante le grandi difficoltà di realizzazione, avrebbe già avuto un impatto importante sui paesi coinvolti.


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