di Linda Dorigo

ROMA – Istanbul e le sue moschee, Fez per le influenze andaluse, Napoli e l’Orientale. I luoghi del cuore di Marisa Iannucci sono legati a quel mondo per il quale si è convertita vent’anni fa. Con la sua associazione nel 1995 è stata tra le fondatrici della prima moschea di Ravenna e nel 2013 è diventata vicepresidente della moschea di San Marino, chiusa tre anni più tardi. «Nella religione islamica nulla vieta l’imamato femminile – spiega – ne esistono esempi già durante la vita del profeta. L’imam però viene scelto dalla comunità e se questa non è pronta ad accogliere una donna imam la conduzione della preghiera mista viene affidata all’uomo».

La leadership maschile è dominante in tutto il mondo, ma le donne hanno cominciato a rivendicare un proprio ruolo: «Sono fiduciosa che le cose cambieranno ma è necessario educare i giovani alla questione di genere. Si tratta di un problema culturale e patriarcale».

[Donne Imam, la rivoluzione femminile nel mondo islamico]

La situazione italiana è lontana dalle esperienze tedesche e danesi: «Da noi le comunità musulmane sono arretrate perché non sono state messe in atto politiche di integrazione e di sviluppo. Fatichiamo a trovare luoghi dove pregare, figuriamoci a produrre cultura».

A questo si è aggiunta la diffidenza nei confronti dell’islam, peggiorata dal 2001: «Dopo gli attacchi alle Torri gemelle è cambiato anche l’atteggiamento mediatico che ha veicolato un racconto dell’islam superficiale e disinformato, fino ad arrivare ai più recenti casi di terrorismo internazionale come l’Isis. Non credo allo scontro di civiltà né penso che queste possano essere interpretate come scatole chiuse – conclude Iannucci –. Piuttosto è necessario creare spazi di dialogo e confronto».