di Daniele Nalbone

20 gennaio. Stato: Baja California Sur. Rafael Murúa Manriquez lavorava per Radiokashana.

29 febbraio. Stato: Morelos. Samir Flores Soberanes era il fondatore della radio comunitaria Radio Amiltzinko 100.7.

15 marzo. Stato: Sonora. Santiago Barroso era l’inviato di punta di Noticias Red 653 / 91.1 FM Río Digital.

2 maggio. Stato: Oaxava. Telésforo Santiago Enriquez attivista, è stato tra i fondatori della radio comunitaria indigena Estéreo El Cafetal 98.7 FM.

16 maggio. Stato: Quintana Roo. Francisco Romero Diaz, soprannominato “Ñaca Ñaca”, era inviato di Semanario Playa News e gestiva la pagina Facebook Ocurrìo Aquí.

11 giugno. Stato: Tabasco. Norma Sarabia scriveva di cronaca nera per Semanario Chontalpa e Tabasco Hoy.

L’ultimo omicidio, avvenuto a Huimanguillo, 187 mila abitanti, cuore della comunità Nahua, ha mostrato ancora una volta cosa significhi fare i giornalisti in Messico. Soprattutto, «lavorare per testate locali», spiegano a il Paese Sera dall’associazione Articulo 19, «indagando sul territorio, stando “vicini” alle notizie». Soprattutto, «mettendo in luce gli stretti legami tra politica e criminalità».

Dopo l’omicidio di Norma Sarabia Reporters sans frontières ha chiesto alle autorità messicane di «adottare misure urgenti» per «rafforzare la protezione dei giornalisti». Perché la morte della giornalista di Tabasco Hoy «poteva e doveva essere evitata». Si è occupata degli oscuri rapporti tra le polizia e la criminalità per venti anni e, come ha spiegato Héctor Tapia, suo ultimo direttore, aveva già ricevuto minacce.

Il riferimento è soprattutto a quanto accaduto nel 2014: Norma aveva scritto più di un articolo in cui denunciava – «e dimostrava» – il coinvolgimento degli agenti della polizia in un rapimento. «Aveva presentato diversi esposti alle autorità federali contro gli allori vertici della polizia municipale di Huimangillo, chiedendo misure di protezione». L’inchiesta è stata chiusa, in un nulla di fatto, due anni dopo. «Oggi la sua morte conferma ancora una volta il Messico come il Paese più pericoloso del mondo per esercitare la professione giornalistica». Basta un numero per capire: 127 giornalisti uccisi dal 2000. [QUI L’ELENCO COMPLETO]

Il Messico – triste banalità – «non è un Paese per reporter». E «non conta il colore politico del governo. Il cuore del problema è nel ruolo che la stampa gioca in questo Paese». Al centro dei vari report delle associazioni che si battono per la libertà di informare c’è sempre lo stesso leit motiv: «I rapporti economici», sempre più «oscuri. Trasversali tra poteri più o meno “leciti”». Usano il termine “legales”. Ma l’aggettivo va oltre il semplice «consentito o meno dalla legge».

Perché il Messico «è il País de grises, il Paese dei grigi». E chi si muove in questa «terra di nessuno» lo fa «a suo rischio e pericolo». Non è un caso, ci spiegano, che «molti giornalisti uccisi sono anche attivisti, chi per i diritti umani, chi per difendere l’ambiente o le comunità indigene». E non è un caso che l’ultimo, durissimo, comunicato di un’altra associazione, il Colectivo #MediosLibres composto da “organizzazioni della società civile, media, giornalisti, accademici e accademiche”, abbia chiamato in causa, pochi giorni prima della morte di Norma Sarabia, direttamente AMLO. Il presidente Andrés Manuel López Obrador.

«Durante la campagna presidenziale», ricordano, «una delle sue promesse fu il dimezzamento della spesa per la pubblicità “governativa” alla stampa, tagliando del 50% quanto stanziato dall’ex presidente Enrique Peña Nieto». Parlano di «spreco di risorse pubbliche», ma la traduzione concreta di questi stanziamenti, va «oltre»: nell’appello ad AMLO si parla esplicitamente di «bustarelle ai media e ai giornalisti» in merito alla «distribuzione della pubblicità ufficiale» che «non garantisce l’indipendenza dei media».

Da qui la richiesta di «adeguata distribuzione delle risorse» da «accompagnare con regole chiare per la loro assegnazione». Un appello che arriva dopo la pubblicazione, a fine maggio, sul giornale Reforma dell’elenco con i nomi di ben 36 giornalisti, e corrispondenti società editoriali, che durante il governo di Nieto hanno ricevuto 1.081 milioni di pesos, oltre 50 milioni di dollari. Da qui la necessità di procedere a una «vera regolamentazione della pubblicità ufficiale».

Omicidi e “strane” pubblicità, quindi. Criminalità. Economia. Potere politico. «Questa è la situazione in cui la stampa si trova a vivere ormai da decenni». Una situazione «non intaccata, fino a oggi, da nessun cambio di colore a livello istituzionale».

«La paura causata dalla violenza da una parte, da movimenti finanziari oscuri, ha portato al silenzio» spiegano ancora da Articulo 19. «Negli ultimi sei anni hanno preso parola centinaia di giornalisti che sono stati attaccati, e continuano a esserlo. È nato un vero movimento. Al tempo spesso, però, i media hanno smesso di dirci cosa sta succedendo là fuori; troppi giornalisti hanno purtroppo deciso di rinunciare al loro ruolo, diventando “anonimi”, facendosi imbavagliare». Per sopravvivere. «Fisicamente o economicamente».


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