di Linda Dorigo

ROMA – La prima settimana della moda africana mondiale si è svolta a Lagos ad aprile. “Arise Fashion Week”, ovvero l’ascesa dell’Africa. Madrina d’eccezione Naomi Campbell, che insieme all’ospite internazionale e super modella etiope Liya Kebede, ha aperto e chiuso le principali sfilate per dimostrare sostegno e fiducia a questo mercato emergente. «La pigra abbreviazione di un continente così vario – “tribale” qui, “safari” là – deve finire – scrive sul Guardian la giornalista e scrittrice Hannah Azieb Pool, autrice di “Fashion cities Africa” -. Con una popolazione di oltre un miliardo, ci sono centinaia di città africane vivaci, ognuna con influenze, ispirazioni e priorità diverse, tutte riflesse dai propri designer. I paesi variano, le città variano, i quartieri variano. Ci sono sottoculture nelle sottoculture. Considerati i secoli di produzione creativa che il continente ci ha dato, è il momento di sfidare l’idea che un pezzo realizzato da un designer a Dakar sia lo stesso di uno fatto a Gibuti».

07/07/2013 Roma. Altaromaltamoda. Itc’s Ethical Fashion Initiative and Altaroma bring Africa to Rome. Collezioni primavera-estate 2014. La sfilata di Stella Jean

E sono proprio i colori, la diversità culturale, le creazioni artigiani e i tessuti – tutto nell’ottica della sostenibilità – ad aver dominato la scena accendendo i riflettori su un mondo ancora troppo classificato per cliché. Giacca con stampa di banconote, pantaloni con tentacoli di piovra, blazer a pois realizzati con la tecnica batik, pantaloni fluttuanti, camicie ariose, copricapo floreali e mini borse secchiello. Nairobi, Lagos, Casablanca e Johannesburg: sono questi gli hub dell’estetica africana contemporanea.

Ma le tendenze prendono sempre spunto dalla storia e quella africana è strettamente legata al tessuto wax. Dai mercati di Abidjan alle passerelle dell’Haute Couture, se la camicia di Mandela è diventata il capo iconico africano per eccellenza, Dior ne ha fatto il fil-rouge delle collezioni cruise 2020. «Il più emblematico tessuto africano è in realtà un prodotto elaborato dall’Europa per sedurre le popolazioni dell’Africa occidentale» scrive Anne Grosfilley, esperta di tessuti africani in “Wax&co. Antologia dei tessuti stampati d’Africa”. Frutto dell’incontro tra le culture di Asia, Europa e Africa, il wax è un batik indonesiano apparso alla fine dell’Ottocento, industrializzato in Olanda e poi venduto nell’Africa occidentale. Privo di una specifica origine nella cultura africana ma prodotto dall’imperialismo, dagli anni ’50 il wax è diventato il simbolo di un continente.

Come Occidente e Africa si siano reciprocamente contaminati – gonne e fasce per capelli Dior ne sono solo un esempio – se l’è chiesto Hannah Azieb Pool, che nel suo libro ha invitato gli stilisti occidentali a indagare sul loro cosiddetto abbigliamento di ispirazione africana. “Cara Moda – ha scritto la giornalista – l’Africa è un continente, non un paese. Riesci a immaginare qualcuno che descriva una moda come ispirata all’Europa? Ovviamente no”.

Se da un lato vi è la necessità di correggere i pregiudizi sulla moda africana per restituirle profondità e ampiezza, dall’altro sono gli stessi stilisti e modelle africane a prendere in mano la scena e a ritagliarsi un posto di rispetto nell’olimpo della “Moda”. Un esempio è Fashion Africa 254, un’organizzazione creata dall’ex modella kenyota Waridi Schrobsdorff per sostenere lo sviluppo della moda africana. FA 254 presenta i marchi della moda locale al mercato europeo e funge da ponte – come è stato il progetto “African Designer for Tomorrow” – tra i talenti africani e le piattaforme internazionali. “Ribrandizzare” l’Africa investendo nelle persone e nell’istruzione: «Il nostro obiettivo è cambiare le menti delle persone – ha spiegato Schrobsdorff in un’intervista alla scrittrice e avvocatessa Claudia Rinke -. Vogliamo rendere le persone curiose e capire perché l’Africa è il futuro. Per la nuova generazione essere creativi significa libertà. Significa poter scegliere la vita che desideri e lavorare ogni giorno per produrre quella vita. L’Africa sta crescendo, l’Africa è adesso».