di Erika Menghi

ROMA – C’è stato un periodo di buio totale. La Giamaica era caduta in un “pozzo” senza fondi e per sei lunghi anni non ha potuto giocare a calcio. La Nazionale femminile delle “Reggae Girlz” è nata negli anni ’90, è giovane eppure è stata costretta a spegnersi presto, prima di diventare il primo Paese caraibico a qualificarsi ai Mondiali. Dove è già un miracolo esserci.

Nel 2008 la squadra era stata sciolta, nel 2010 il programma era stato ufficialmente tagliato (al pari di quello olimpico femminile) dalla JFF, Jamaica Football Federation, ed è stato riavviato solo nel 2014. Merito di un’ambasciatrice speciale: Cedella Marley, figlia del defunto Bob che tra le altre cose era un grande fan del pallone. Un giorno il suo bambino Skip è tornato a casa con un volantino nello zainetto di scuola, era un appello a sostenere queste ragazze. La mattina successiva Cedella ha contattato la Federazione chiedendo lumi e nella chiacchierata ha capito che dietro l’sos c’era un problema che non poteva essere risolto con una manciata di dollari. Aveva scoperto che la JFF aveva lasciato marcire la squadra femminile perché mancavano i fondi, ma questo valeva solo per le donne, non per gli uomini.

Le giamaicane non avevano nemmeno i generi di prima necessità. I reggiseni sportivi, il giusto nutrimento: le basi. Così è cresciuta la rabbia in Marley, che ha cominciato una lotta, a spese sue e non solo. Ha iniziato a raccogliere risorse, iniziando dai 50 mila dollari donati tramite “Strike Hard for the Raggae Girlz”, utilizzati per pagare le spese di viaggio, alloggio, attrezzature varie. «Non voglio vedere – ha sottolineato l’ambasciatrice – una ragazza che vuole realizzare il suo sogno e solo per il suo sesso le viene detto “no, grazie, trova qualcos’altro da fare”. Non mi è piaciuto». Allora ha agito lei in prima persona e ora guarda con orgoglio al presente, che vede la Giamaica sfidare l’Italia (venerdì 14 alle 18) nel girone dei Mondiali femminili.

Per le azzurre potrebbe essere la partita giusta per ipotecare la qualificazione agli ottavi, ma davanti hanno una Nazionale forte nelle convinzioni e nel fisico. La star della squadra è l’attaccante Khadija Shaw, 28 gol in 21 partite: una cecchina. È stata una delle tante ad essere sostenuta grazie al trasferimento in un college americano. Ha sempre avuto questo fiuto per il gol, anche quando era all’Università del Tennessee. In quel periodo, però, la sua vita cadeva a pezzi. Letteralmente. Tre dei suoi sette fratelli venivano uccisi nella guerriglia tra bande, un altro moriva in un incidente d’auto e un altro ancora faceva la stessa terribile fine per colpa di un filo esposto su cui era inciampato mentre giocava a pallone. Scalzo, perché è così che si gioca in Giamaica.

In questa incredibile Nazionale c’è anche uno spicchio d’Italia. In particolare, Roma è rappresentata dalle due giocatrici giallorosse Allyson Swaby e Trudi Carter, ma c’è anche la difenditrice della Pink Bari Toriana Patterson. Swaby è nata in America, ha il passaporto inglese e fa parte delle Raggae Girlz perché i suoi genitori sono giamaicani. Ha sempre giocato a calcio e ha avuto la possibilità di farlo al college di Boston, dove si è pure laureata in marketing. È sbarcata nella capitale durante la finestra invernale (novembre-dicembre per la Serie A femminile) dopo una breve esperienza in Islanda. È una leader della difesa, nonché atleta di Goal Five, con cui sta spingendo per la parità di diritti. Per lei 9 presenze e 1 gol con l’AS Roma. Più sfortunata Carter, 90 minuti complessivi in stagione per colpa di un infortunio al menisco esterno. Ha fatto sia la mezz’ala sia l’ala d’attacco, preferisce quest’ultima opzione e il ct Hue Menzies lo sa: così sfrutta la sua piccola taglia e la sua tecnica. Hanno tutte storie diverse, ma la più bella in comune: se oggi sono dove sono è perché sono state salvate dalla figlia del figlio più famoso della Giamaica.

 

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A legendary player and a honor to be a part of the same legendary club. Forza Roma! 🌟

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