di Anna Toro

ROMA – In Pakistan nasceranno oltre mille tribunali speciali dedicati al contrasto della violenza sulle donne. L’annuncio è stato dato nei giorni scorsi dal primo giudice del Paese, Asif Saeed Khosa: «Saranno 1.016, uno per ogni distretto»  ha spiegato durante un discorso ai colleghi trasmesso nella TV nazionale. «L’atmosfera sarà diversa rispetto ai tribunali normali: qui le donne che denunciano potranno parlare liberamente e senza timori di ritorsioni». Un progetto salutato con favore non solo dagli attivisti e attiviste per i diritti umani ma anche dalle addette ai lavori, a partire da Women in Law, iniziativa del Lahore Education And Research Network (LEARN) che riunisce le avvocate donne in Pakistan, e ha seguito da vicino l’intera genesi del progetto, a partire dal tribunale pilota istituito nel 2017 nella città di Lahore. Ne abbiamo parlato con la fondatrice di Women in Law, Nida Usman Chaudhary.

Come funzioneranno questi nuovi tribunali speciali?

«La differenza sta proprio nel modo di condurre i processi. A partire dall’approccio di genere e dalla formazione che, come nel caso del primo tribunale speciale di Lahore, è stata data a tutto il personale. Qui le solite domande scomode, mistificanti e retrograde non vengono mai poste. Durante l’udienza l’atmosfera è molto rilassata e pochissime persone sono presenti in aula, quasi tutte donne. Il tutto è concepito in modo tale che la vittima che fornisce la testimonianza non si trovi faccia a faccia con l’accusato, e c’è anche la possibilità di fornire prove con supporto elettronico come le videoconferenze. Il progetto pilota ha avuto successo anche grazie al procuratore principale – una donna – l’avvocata Asiya Yasin, che è stata fenomenale nell’assistere le vittime di violenza di genere ai processi».

Una buona notizia dunque?

«La nascita di altri tribunali di questo tipo migliorerà senz’altro l’accesso alla giustizia per le donne e altre categorie vulnerabili. È sicuramente un passo nella giusta direzione, ma solo se le prestazioni e la qualità saranno garantite, come nel caso di Lahore. Più tribunali di questo tipo significano più formazione, più costi, più personale, più capitale umano e persino la necessità di miglioramenti infrastrutturali o tecnologici. E in un Paese come il Pakistan, i costi e l’implementazione sono sempre la vera sfida. Il vero lavoro comincerà una volta che questi tribunali saranno resi operativi, e il loro successo sarà determinato dall’allineamento con l’idea e l’obiettivo con cui sono stati creati.

Qual è la situazione nel Paese? C’è ancora molto da fare per contrastare la violenza sulle donne?

«Il reato basato sulla violenza di genere ha le sue radici nelle dinamiche di potere fortemente sbilanciate tra uomini e donne e altre minoranze sessuali, che conferiscono agli uomini il diritto di dominare e abusare, o ricorrere ad altri comportamenti devianti. Non solo si deve fare di più a livello di empowerment delle donne, ma dobbiamo lavorare duramente sull’istruzione, nel favorire l’accesso delle donne e delle altre minoranze ai ruoli decisionali e cambiare così la mentalità stessa della società. Non a caso, il Pakistan è classificato penultimo – al 147° posto su 148 – nell’indice di disuguaglianza di genere del Forum Economico Mondiale, ed è costantemente inserito tra i luoghi più pericolosi al mondo per le donne. La maggior parte delle violenze avvengono all’interno delle quattro mura domestiche e spesso non vengono denunciate. Non c’è eguaglianza nel possesso dei beni e spesso le donne non possono occuparsi delle proprie questioni finanziarie, il che incide sulla loro sicurezza, dignità e libertà. Anche in campo legislativo la strada è ancora lunga, ma ci stiamo lavorando, e l’istituzione dei tribunali speciali è una nuova tappa verso il miglioramento».

Anche per voi avvocate non dev’essere facile.

«L’iniziativa “Women in Law” è nata nel 2016 con lo scopo di mettere in contatto tra loro le avvocate di sesso femminile in Pakistan, evidenziare l’importante lavoro che svolgono e i loro risultati in modo da ispirare le giovani generazioni, in particolare le studentesse di legge, fornendo loro dei modelli femminili a cui fare riferimento. Sono tante le sfide che affrontiamo ogni giorno e di cui discutiamo, anche perché qui le ragazze vengono scoraggiate fin da subito dall’intraprendere questo tipo di studi. Affrontiamo forti discriminazioni sul lavoro, lavoriamo venti volte di più duramente per dimostrare la nostra professionalità ai clienti, colleghi e datori di lavoro, gli stipendi sono bassi o nulli soprattutto per le giovani, affrontiamo molestie sia sessiste che sessuali, e barriere fisiche, sociologiche, patriarcali che ci mantengono separate dai nostri colleghi maschi. Così anche le relazioni professionali fanno fatica a evolversi».


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