di Erika Menghi

ROMA – Sono donne per cui l’unico tetto sulla testa è quello di una cella. Dietro sbarre d’acciaio. Fuori non hanno un posto da chiamare casa. Un luogo in cui crearsi una vita. O ricrearsela. La crisi abitativa è una problematica reale, spesso ignorata, che andrebbe piuttosto ricercata tra le cause alla radice del reato. Oltre ad essere una delle conseguenze più diffuse con cui devono avere a che fare le persone che escono di prigione e fanno i conti con la discriminazione anche nel campo lavorativo, con vere barriere occupazionali.

A patire maggiormente questa situazione sono le donne. Soprattutto le donne nere. Secondo i dati del Ministero della Giustizia in Inghilterra e Galles il numero di registrate come senzatetto al momento dell’ingresso nelle carceri femminili è aumentato del 71% dal 2015. Da 1.909 a 3.262. Il report del 2018 racconta un boom preoccupante nei nove istituti di detenzione presi in analisi. Nella prigione locale di Bronzefield, vicino a Staines-uponThames, il dato è addirittura triplicato: da 338 a 1.021 unità. A Peterborough è più che raddoppiato: da 205 a 557.

Richard Burgon, segretario laburista per la Giustizia, ha presentato un’interrogazione scritta al Parlamento: «Questo aumento davvero scioccante del numero di donne senza tetto che finiscono in prigione è un atto d’accusa spaventoso contro il nostro sistema giudiziario. Si tratta di punire persone che, per molti versi, sono esse stesse vittime. Il carcere è il posto peggiore per persone che hanno disperatamente bisogno di aiuto nell’affrontare i problemi di fondo. Non solo dei senzatetto, ma anche della povertà, delle malattie mentali e della dipendenza da sostanze che li ha portati in primo luogo all’incarcerazione». Si finisce così a raccogliere i cocci laddove la società non è riuscita a fornire una rete di sicurezza adeguata.

Il ministro della Giustizia Edward Argar ha annunciato un aumento in termini di investimento e sostegno ai detenuti che lasciano il carcere, pari a circa 22 milioni di sterline, in servizi “through-the-gate”. Per migliorare il futuro al di là della porta d’acciaio e del filo spinato. Già, perché il dopo per molti è un lancio nel vuoto e troppe volte si ricade nel crimine. Le famose sliding doors. Ovvero quel meccanismo malato per cui le persone sperimentano veri e propri cicli di incarcerazione e liberazione. Passando la vita tra una cella e la strada.

Chi è stato dentro una sola volta ha sperimentato il fenomeno dei senzatetto 7 volte più di un cittadino libero. Ma chi è tornato in prigione ripetutamente ha tassi 13 volte superiori a quelli del pubblico in generale. Dati che arrivano dagli Stati Uniti, dove il focus è stato messo soprattutto sulle condizioni di chi si lascia – mai del tutto – alle spalle il carcere. Gli ex detenuti hanno 10 volte più probabilità di qualsiasi individuo di non avere un tetto sopra la testa. Studi a livello cittadino e statale mostrano che molte persone precedentemente incarcerate si affidano ai centri d’accoglienza, sia subito dopo il rilascio sia nel lungo periodo.

La discriminazione razziale e di genere è elevata all’ennesima potenza in queste circostanze. Le donne di colore sperimentano il fenomeno più delle bianche. Quattro volte tanto rispetto a uomini bianchi e il doppio rispetto a uomini neri. Sono quelle, insomma, che affrontano più di tutti le barriere all’alloggio dopo il rilascio. Rimangono ai margini di una società che non gli offre le risorse sociali necessarie per una vita diversa. Difficile, in queste condizioni, immaginare un reintegro. E le possibilità di recidiva salgono per conseguenza. Un circolo vizioso che non serve a nessuno.