di Linda Dorigo

ROMA – Hong Kong, all’incrocio tra Harcourt Road e Tim Wa Avenue, decine di migliaia di giovani tra i 18 e i 25 anni sono tornati a occupare le strade intorno ai palazzi del potere per fermare l’approvazione dell’emendamento alla legge sull’estradizione. La legge, proposta dal governo di Carrie Lam, consentirebbe di trasferire presunti criminali in quei Paesi che non hanno un accordo bilaterale con Hong Kong, primo tra tutti la Cina.

I volti avvolti in maschere, t-shirt e passamontagna, gli occhi protetti da occhiali e le braccia coperte da pellicola. “Advance now!”. Avanti adesso. Nelle ultime ore il centro di Hong Kong si è riempito dell’odore acre dei gas lacrimogeni, agenti antisommossa hanno risposto alle richieste dei manifestanti usando manganelli, proiettili di gomma e spray urticanti per far sgomberare l’occupazione davanti al Parlamento dove, giovedì prossimo, si concluderà la discussione sul disegno di legge.

Le immagini di Hong Kong di oggi ricordano quelle dell’Occupy Movement, che da settembre a dicembre 2014, per 79 giorni, ha tenuto in strada migliaia di persone per chiedere il suffragio universale. A differenza di allora però non ci sono leader nella folla. «Se l’egualitarismo ha trovato una casa a Hong Kong, lo ha fatto nello spirito dei giovani manifestanti» ha scritto la giornalista Jeffie Lam sulle pagine del quotidiano South China Morning Post.

La lezione di Occupy non è caduta nel vuoto nonostante il movimento si sia frammentato e molte persone che vi hanno preso parte nel 2014 abbiano maturato disillusione sull’efficacia della disobbedienza civile. Dal canto suo il Fronte civile per i diritti umani, che ha organizzato la prima marcia di domenica in cui sono scese in piazza un milione di persone, non ha preso il sopravvento sul comando delle proteste, lasciando alla moltitudine dei manifestanti la gestione delle strade.

Tra chi ha condotto il fronte delle proteste c’è Jimmy Sham Tsz-kit, che ringraziando la città per essersi mobilitata anche senza un organizzatore centrale, ha detto: «C’è solo un convocatore di questo movimento: Carrie Lam. Tutte le persone vengono qui lo fanno a causa di Lam, e solo Lam può mandare a casa la folla abbandonando il progetto di legge». Il gruppo ha dichiarato di voler rappresentare una piattaforma per tutti i partecipanti che intendono agire in maniera pacifica, ma senza prendere le distanze da coloro che potrebbero intraprendere azioni più radicali. Anche il leader studentesco Nathan Law Kwun-cung ha fatto un appello: «Ci sono inevitabili differenze, ma dobbiamo imparare a fidarci dei nostri compagni, imparare a comunicare. Solo rimanendo uniti possiamo vincere questa lotta in tempi così difficili».

Dalla piazza dei manifestanti alla piazza di uno dei più importanti centri finanziari dell’Asia, il mercato di Hong Kong ha chiuso in pari ieri mentre mercoledì aveva perso quasi il 2 per cento. «Il mercato e la comunità finanziaria sono profondamente preoccupati su quanto questo possa presagire per Hong Kong – ha commentato Fred Hu, fondatore dell’impresa di investimenti Primavera Capital Group ed ex dirigente di Goldman Sachs’s Greater China al New York Times -. Qualsiasi percezione che un’erosione dell’indipendenza giudiziaria e della libertà personale potrebbe minare la fiducia degli investitori e influenzare negativamente il futuro di Hong Kong quale centro dirigenziale globale».

Da quando l’ex colonia inglese è stata consegnata alla Cina nel 1997 in regime di relativa autonomia in base alla politica del “un paese due sistemi”, le maggiori compagnie cinesi e asiatiche hanno stabilito i propri quartier generali a Hong Kong, facendo della città un importante snodo finanziario e commerciale. «La legge sull’estradizione – ha spiegato al New York Times Tara Joseph, presidente della camera di commercio americana di Hong Kong – preoccupa nella misura in cui pone in essere una linea grigia tra la politica e il commercio in una città che vede se stessa come una capitale che mette il business al primo posto».


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