di Anna Toro

 

«Concimi non proiettili». È solo uno tra gli slogan più efficaci che – ancora oggi visibile sotto forma di murales – racconta quello che per gli abitanti di Orgosolo fu uno degli eventi più importanti della storia del paese e dell’intera Sardegna. Una pagina straordinaria di pacifismo e disobbedienza civile che nel 1969 portò una piccola comunità, fatta essenzialmente di pastori e contadini, a unirsi per resistere contro l’invasione dell’esercito italiano e l’installazione, nell’adiacente altipiano di Pratobello, di un poligono permanente per le esercitazioni militari. Da quella rivolta sono passati ormai 50 anni ma sardi e orgolesi non hanno mai dimenticato, e per la giornata di oggi, domenica 30 giugno, hanno organizzato una speciale marcia commemorativa: sei chilometri dal paese all’altipiano (località Su Pradu) intervallando il cammino con momenti di lettura e musica, per rivivere e raccontare i luoghi e i protagonisti della rivolta.

«La cosa bella e quasi commovente di questa giornata è che è stata organizzata dai giovani, riuniti nel comitato spontaneo “Pratobello 50 Annos”. Ragazzi che, pur avendo studiato fuori, hanno compreso il valore della memoria anche per il presente, dati i tempi che viviamo e le pesanti servitù militari che a tutt’oggi affliggono l’isola» spiega Maddalena Mesina, orgolese, che i fatti di Pratobello li ha vissuti in prima persona. Era una bambina allora, aveva 11 anni, ma ricorda bene ogni cosa e il suo racconto è appassionante.

«Siamo ad Orgosolo, è il 1969. Tutto comincia attraverso un Circolo giovanile, fatto da studenti ma aperto a tutti, braccianti, fattori, bambini, che in tre anni aveva fatto un grande lavoro di cultura: si parlava dei problemi del paese, di politica, ma anche di lotte di popoli fuori dalla Sardegna» racconta. «Sono loro che hanno fiutato subito il pericolo negli avvisi affissi dappertutto dai militari verso la fine di maggio, in cui si intimava ai pastori di sgomberare dalle greggi l’area di Pratobello, terra pubblica utilizzata come pascolo, importantissima per l’economia povera del paese». Da lì parte una guerra di volantini e manifesti in cui il Circolo, che aveva acquistato una vecchia ciclostile, inizia a informare costantemente la popolazione sui movimenti dei militari, invitandola alla resistenza. E la popolazione risponde. In massa. La mattina del 19 giugno lungo la strada che porta a Pratobello, si schiera una colonna di mezzi, auto, camioncini, carretti, con accanto una fiumana di persone. La rivolta è cominciata.

Anche Maddalena si ritrova a Pratobello, caricata da un camion all’uscita di scuola. «Vidi quella terra vastissima che brulicava di persone» racconta. «La gente, che stava lì da giorni, aveva formato dei cordoni per bloccare l’accesso ai militari, con moltissime donne coraggiose che facevano da cuscinetto, faccia a faccia con i soldati, per evitare che ci fossero incidenti: anche una piccola spinta, schiaffo o atto violento avrebbe potuto provocare una repressione». Ma non successe. Ad ogni movimento sospetto dei militari, la gente si precipitava in massa per proteggere il perimetro. Contadini, braccianti, pastori, comunisti, democristiani, giovani, novantenni coriacei senza un filo di paura. Maddalena ricorda quelle corse forsennate, cariche di tensione, ma anche la parte gioiosa della protesta: «Tutti si prendevano cura anche di noi bambini, le inimicizie storiche venivano accantonate, condividevamo il cibo, pane carasau bagnato con formaggio, e anche le tradizioni e le formalità venivano un po’ a rompersi, tanto che potevi vedere giovani uomini e giovani donne tenersi a braccetto e cantare insieme a squarciagola: dai canti anarchici e di protesta a quelli legati alla terra. Io neppure sapevo cosa fossero gli anarchici ma quelle canzoni, a partire da “Addio Lugano bella”, mi segnarono profondamente».

Con la tensione a mille, per giorni si continua a resistere, mentre si attende il ritorno della delegazione inviata a Roma nell’ultima settimana di giugno, a parlamentare con il ministero della Difesa. Allora il sottosegretario era sardo, si chiamava Francesco Cossiga. «Un aneddoto racconta che in quei giorni fosse afono a causa di una laringite. Forse anche questo ha aiutato» scherza Maddalena. Fatto sta che la decisione finale è una: il poligono non si farà, il popolo ha vinto. Occupando, parlando, disturbando, senza che volasse una pallottola e senza armi. «Un esempio straordinario di resistenza gandhiana, da parte di una popolazione da sempre considerata violenta, che finiva sui giornali solo per i fatti di cronaca nera».

Da lì, seguono degli anni straordinari di fioritura culturale, tra cui la nascita del muralismo politico che ha fatto di Orgosolo un’opera d’arte a cielo aperto, visitata da turisti di tutto il mondo. Ma quegli anni non sono più tornati e oggi la partecipazione civile e politica si è sgonfiata. Per questo la marcia odierna per il cinquantennale acquista un significato ancora maggiore. Il Comitato ha coinvolto tutte le associazioni che in Sardegna si battono contro le basi militari, ma non solo: presenti anche i movimenti per l’ambiente, e «tutti quelli che portano avanti cause e battaglie di giustizia sociale, difesa della persona e del territorio».