di Erika Menghi

ROMA – Vicine, ma non ancora lì. «Ad un passo da quello che sognavamo, lo vedi là, ci stai dentro ma ancora non ci stai. Lo vedi quasi realizzato, manca poco, ma capisci che forse manca ancora tanto. Non so spiegare questa sensazione». Valentina si fa capire con gli occhi, con quella grinta che ha nei guantoni quando scende in campo, ma che va anche oltre. Ce l’ha nelle vene, le scorre dentro, e si sente. Non sta parlando del quarto posto in campionato né della finale di Coppa Italia mancata, perché quelle, anzi, sono grandi soddisfazioni al primo anno di Serie A. Ѐ un altro il tema che le sta a cuore e per cui combatte, assieme alle sue compagne della squadra femminile della AS Roma e a tutte le atlete in generale: «Possiamo solo essere professionali e professioniste». Aspettando il professionismo.

Già, perché Valentina Casaroli fa la calciatrice di professione ma per le istituzioni è una dilettante. Respirando aria di rivoluzione nei quartieri del calcio femminile, siamo andati in mezzo a loro, seduti sul campo in sintetico del centro sportivo Giulio Onesti, quartiere Parioli, dove si allenano quasi tutti i giorni durante la stagione calcistica. Queste ragazze hanno storie diverse, ma in tutte ci sono tante rinunce. «Si inizia a vedere un cambiamento. Da come veniamo riconosciute, da quello che le società investono su di noi. Ma siamo distanti da quello che potremmo classificare come lavoro, siamo lontanissime dal calcio maschile. Lo facciamo a tempo pieno, ma non ci darà da vivere a lungo se le cose non cambiano». Lei è Federica Di Criscio e punta ragionevolmente i riflettori sul futuro. Perché la carriera calcistica dura poco, a 35 anni si è già “vecchie” per correre dietro un pallone, ma giovani per tutto il resto.

Quel giorno in cui dovranno smettere col pallone non avranno un tesoretto da parte da cui attingere aspettando di reinventarsi con un’altra carriera. Non guadagnano i milioni dei professionisti uomini, il massimo salariale annuale (il minimo non esiste) previsto per una dilettante è pari circa al 10% di un giorno di stipendio di Messi al Barcellona. Trentamila euro lordi l’anno, secondo lo scomodo tetto italiano. Una top player guadagna quanto un impiegato, nulla di male se lo sport non avesse vita tanto breve. «Stiamo vivendo un momento di svolta, questo è stato un anno di lancio. Le ragazze che iniziano oggi a giocare a calcio – dice con ottimismo Di Criscio – sono più fortunate, troveranno strutture migliori e un ambiente più pronto. Noi sgomitiamo anche per loro. Ma deve, prima di tutto, cambiare la mentalità». L’epicentro del problema.

La soluzione? «Da fuori – suggerisce Casaroli – non devono vederci come donne, ma come atlete. Noi non siamo come gli uomini, non lo saremo mai. Nessuno vuole mettere il calcio maschile a confronto con quello femminile: dobbiamo ritagliarci un ruolo tutto nostro». I rituali da spogliatoio quelli sono universali: Giada Greggi quando entra in campo saluta sempre, Flaminia Simonetti si fa il segno della croce, Federica Di Criscio è l’ultima ad uscire dagli stanzini. Tutte tengono molto all’ordine d’ingresso sul terreno di gioco. Lì hanno costruito la loro vita, senza sentirsi al sicuro. Per passione, con coraggio.

Spesso è nel posto più lontano da noi che cerchiamo la risposta al cambiamento. L’esempio da seguire. In questo caso è l’America dei college. La squadra femminile degli Stati Uniti, già qualificata ai quarti dei Mondiali dove sfiderà le padrone di casa della Francia, ha mostrato uno strapotere in campo che solo un’adeguata preparazione può dare. Da quel mondo lì proviene Maria Zecca, attaccante nata nel 1995 in New Jersey. Cresciuta, anche calcisticamente parlando, nei college americani, dove il “Titolo IX” garantisce la parità di servizi per uomini e donne. Fuori, però, è tutto nelle mani dei club: «Non tutti si comportano allo stesso modo, conosco ragazze che sono state costrette a dormire sul pavimento, stipate tutte nella stessa casa. Noi qui a Roma abbiamo tutte la nostra stanza, la società fa un buon lavoro, è molto professionale e ci dà molto, quanto agli uomini. Mi sento bene e vedo un grande futuro per il calcio femminile qui». Si sente fortunata Maria a vivere una realtà, sì arretrata dal punto di vista normativo, ma avanzata rispetto a molte altre situazioni. Perché alcuni club minori, con meno soldi a disposizione, non possono permettersi ad oggi di dare un alloggio alle ragazze. Un limite soprattutto per i trasferimenti di talenti dall’estero.

C’è un’altra differenza sottolineata dall’attaccante giallorossa, che riguarda strettamente il campo: «Il gioco in Italia è più tecnico, mentre negli Stati Uniti è più incentrato su velocità, forza e atletismo. Qui c’è anche più passione e cuore, tutti si sentono onorati di giocare per il club e non solo per se stessi». Un senso di squadra e di appartenenza su cui costruire il futuro.

Un piccolo passo verso il progresso è stato già fatto. Ora alle calciatrici viene riconosciuta la maternità, successo moderno, perché capita che si diventi mamma e solo per i primi 2-3 mesi si possa giocare senza problemi, poi le “botte” in campo diventano proibitive col pancione. «In Germania è normale per un’atleta pensare prima alla carriera e poi alla famiglia», ci informa Jenny Bitzer. Valentina Casaroli non digerisce bene la domanda sulla maternità nello sport: «L’avreste fatta anche ad un uomo?». Lotta contro i pregiudizi, ma non è questo il caso. Glielo abbiamo spiegato: è una curiosità a cui molti non sanno rispondere e noi vogliamo far conoscere il mondo dello sport femminile a 360 gradi. Non solo in campo, dove possiamo ammirare uno straordinario gruppo nato meno di un anno fa o la frizzante “Giadina” che anche in allenamento è un treno che non conosce fermate. Se non nella sua Ladispoli, dove va a rifugiarsi appena c’è una mezza giornata di sole. Ma com’è essere un’atleta? «Difficile». Una risposta da cambiare il prima possibile.


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