di Maria Panariello

ROMA – L’ultimo in ordine di tempo è stato quello di via Teano nella notte tra il 26 e il 27 giugno. A Roma ha preso fuoco una nuova discarica, ricavata all’interno di una struttura fatiscente su un terreno privato, in cui erano stati raccolti rifiuti indifferenziati di varia natura. L’incendio ha sollevato fumo e miasmi in tutto il quadrante sud est.

Il rogo della Prenestina è stata l’ennesima colonna di fiamme che si è innalzata nella regione nelle ultime settimane. La sera del 25 giugno, i Vigili del Fuoco sono intervenuti nella zona industriale di Cisterna di Latina per un incendio divampato presso un’azienda di stoccaggio di rifiuti. Il 23 giugno è toccato alla Mecoris di Frosinone, un deposito di plastica, carta e frazioni indifferenziate, che in queste ore continua ancora a sprigionare fumi tossici costringendo docenti e maturandi a sostenere gli orali in mascherina. La Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti, perché l’incendio sarebbe in questo caso doloso e il sindaco Nicola Ottaviani ha raccomandato alla cittadinanza di tenere le finestre chiuse e di limitare alle prime ore del mattino i condizionatori, di non coltivare né pascolare nel raggio di 2 km dalla fabbrica.

Legambiente Frosinone ricorda che quello della Mecoris è solo uno dei tantissimi incendi che dal 2011 a oggi hanno interessato questa provincia. «L’episodio è più grave di quello che si immaginava nelle prime ore, credo a causa della quantità dei rifiuti ritrovati all’interno del sito – dichiara il presidente Stefano Ceccarelli – non sarà né il primo né l’ultimo rogo». L’associazione ambientalista ha provveduto a diffondere subito i dati dell’Arpa Lazio – diossine a 0,26 picogrammi per metro cubo di aria (valore medio tra 0,1 e 0,3); benzopirene a 1,3 nanogrammi per metro cubo (valore medio presso la centralina di Frosinone Scalo di 2,2) e PCB a 268 pg/mc (basso rispetto ai livelli registrati all’EcoX di Pomezia e al TMB Salario, ndr) – e, senza creare allarmismo tra la popolazione, ha posto l’attenzione sull’intero ciclo di rifiuti.

«Quello che a noi preme sottolineare è che al di là delle infiltrazioni criminali in questo settore, in Italia il ciclo dei rifiuti non si riesce a chiudere – prosegue Ceccarelli – per diverse ragioni: assenza di un mercato delle materie seconde (la carta riciclata costa più della carta vergine), legislazione farraginosa che rende difficile l’uso delle stesse, abuso di plastica che fanno grandi e piccole aziende, enorme volume di rifiuti che produciamo. Una certa parte del mondo ambientalista pensava che bastasse fare la differenziata per risolvere la crisi dei rifiuti, ma non è così. Serve un cambio di mentalità e di abitudini e serve che la politica incentivi l’utilizzo di materiali riciclati» commenta il presidente.

Anche l’associazione “Pescatori Laziali” ha lanciato un allarme dopo l’incendio alla Mecoris. Il fiume Sacco, che lambisce la provincia romana di Frosinone, sarebbe stato contaminato dai fumi: alcuni esemplari di carpe e pesci gatto – specie di solito molto resistente – sono stati ritrovati morti. Il bacino del fiume Sacco rientra nella lista dei luoghi altamente contaminati, i SIN (siti di interesse nazionale). L’agglomerato, che comprende 19 comuni e 79 aziende, attende la bonifica entro il 2023.

L’area comprende la discarica di Colleferro, che chiuderà i battenti alla fine del 2019. I comitati cittadini hanno vinto la loro battaglia, ma visto che qui è stato finora stoccato il grosso dei rifiuti capitolini, i residenti temono che la chiusura sia rinviata. Non fanno ben sperare le parole del presidente della regione Zingaretti, che ha detto di voler trasformare l’inceneritore di Colleferro in un impianto di trattamento a carattere innovativo da 500mila tonnellate.

Mentre una parte di Roma brucia, l’altra sprofonda sotto i rifiuti. È il “sottosopra” della città eterna, dove eterna sembra essere più l’attesa di una soluzione per la questione immondizia. Sono pochi gli stabilimenti che riescono a smaltire le trecento tonnellate di spazzatura dei romani. Dopo l’incendio di dicembre al Tmb Salario, quello di marzo a Rocca Cencia, il rallentamento dei Tmb di Malagrotta e il probabile prossimo stop al termovalorizzatore di Acea a San Vittore, nel Lazio inizia a scarseggiare lo spazio per l’immondizia capitolina, che si pensa a destinare invece in altre regioni. Ha causato forti proteste da parte dei cittadini e della sindaca Raggi la proposta – approdata in Conferenza dei servizi nei giorni scorsi – di aprire una discarica a Pian Dell’Olmo, zona nord della capitale, a pochi km dall’impianto di potabilizzazione delle acque del Tevere per portarle negli acquedotti dei romani. Raggi dalla sua pagina Facebook, in cui si scaglia contro gli ignoti che mettono a fuoco i cassonetti in città, ribadisce il suo “no” a nuove discariche ed inceneritori.

Da anni i “sacchetti” capitolini viaggiano per l’Italia e non solo. Nel 2017, anche l’Austria ha raccolto l’SOS dell’Ama, la municipalizzata dei rifiuti della capitale. Abruzzo, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Puglia hanno fatto il resto in tutti questi anni.