Quel che resta dopo gli sgomberi: vuoti a perdere

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di Viola Giannoli

ROMA – Quando l’ultima attività è stata interrotta, l’ultima valigia è stata portata via, l’ultimo portone è stato murato, l’ultima chiave è stata riconsegnata, quando anche l’ultimo ha spento la luce, degli spazi sociali, dei palazzi abitati, dei locali delle associazioni, dei palcoscenici dei teatri, dei grandi schermi cinematografici, cosa resta?

Dopo gli sgomberi, i sequestri, le bonifiche, la politica rivendica di aver riportato la legge e assicura che quei beni “verranno presto riqualificati” dai proprietari, che saranno “restituiti in tutta fretta alla cittadinanza” o, ancora, che “si avvierà un percorso partecipato con le associazioni per riaprirli al più presto”. Vuoti a rendere, insomma.

La mappa di Roma racconta però un’altra versione. “Palazzi fantasma in una città alla deriva”. Come scrivono gli organizzatori del corteo “Roma non si chiude“. Luoghi ripresi, svuotati, smantellati, distrutti, abbandonati, degradati, agonizzanti, lasciati morire. Dove, talvolta nonostante progetti e buoni propositi, non cresce più nulla se non la sterpaglia.

Il Rialto Sant’Ambrogio nel cuore del Ghetto, ritrovo di eventi, di arte, di musica, di teatro, casa di Forum dell’acqua pubblica e di associazioni, è chiuso da due anni. Così come l’abitativo Alexis all’Ostiense, un tempo stabile Acea, impacchettato dalle opere dello street artist internazionale Blu, a cui pure l’allora assessore capitolino all’Urbanistica Paolo Berdini aveva promesso un futuro.

Nello stessa zona ci sono i Mercati Generali di Ostiense abbandonati dal 2000, solo in parte invasi dalle gru, e il deposito Atac di San Paolo, abbandonato dal 2000, poi occupato in una breve parentesi fino allo sgombero del 2011.

A San Lorenzo c’è un buco rettangolare, come un bombardamento, al posto delle storiche Fonderie Bastianelli di via dei Sabelli. Sotto lo sguardo del grande murales di Hogre, ospitavano gli attivisti di Communia (poi trasferitisi in via dello Scalo di San Lorenzo) prima dello sgombero dell’agosto 2013 e della loro completa demolizione.

A Montesacro l’esperienza di autogestione del Teatro Horus è stata repressa nel 2009 e i locali sono vuoti da allora. Urgente fu anche lo sgombero di SCuP in via Nola a San Giovanni, spazzato via con le ruspe, assieme alle attività di sport popolare, una prima volta nel 2013 e poi ancora nel 2015. Cosa ne è stato?

Si è riposata la polvere dallo sgombero dell’agosto 2014 anche sulle poltrone del Cinema America di Trastevere. Le arene del collettivo di ragazzi si sono diffuse in tutta Roma ma sotto la pensilina di via Natale del Grande l’ingresso è sbarrato da travi e chiodi. E così in altre 40 sale, dal Puccini al Preneste al Volturno.

Per irregolarità la musica s’è fermata pure al Circolo degli Artisti della Casilina, all’Init a Stazione Tuscolana, alla Locanda Atlantide di San Lorenzo. E così son rimasti i locali, congelati in uno spazio senza tempo. Al Brancaleone e all’Angelo Mai delle Terme di Caracalla le note vibrano ancora, ma il complesso storico in via degli Zingari al rione Monti che per primo ospitò gli artisti dell’Angelo è un cantiere-discarica invece che una scuola.

Il coworking con spazio baby delle mamme precarie di Centocelle, L’Alveare, è tornato al municipio Cinque Stelle ossessionato come tutta l’amministrazione dai bandi, anche laddove i bandi ancora non esistono e le realtà funzionano, offrono servizi, suppliscono con l’autorganizzazione e l’autofinanziamento le mancanze del Pubblico, sempre più povero di idee e risorse. Come si vorrebbe accadesse con la casa delle donne di Trastevere e quella di Cinecittà Lucha Y Siesta.

Nella città della gente senza casa ci sono le case senza gente. Point Break al Pigneto, sfrattato nel 2016, l’autorecupero di Grotta Perfetta abbandonato dal 2003, la scuola ex Hertz, via delle Acacie, l’ex residence Bravetta, il palazzo di piazza Indipendenza (dove dopo 2 anni di abbandono andranno una palestra Virgin e un network mondiale di servizi professionali alle imprese), viale Castrense, via di Quintavalle, via Castiglione, via Costi, via di Scorticabove. O il Baobab di via Cupa che ospitava i migranti finiti in strada alla stazione Tiburtina. Lontani dagli occhi.

Vuoti della rendita che sono rimasti tali e si sommano ad altri vuoti, in alcuni casi segnalati e riempiti per la durata di una notte dai ragazzi di Scomodo. Gli abbandonati, gli incompiuti. Che hanno i nomi dell’ex Mira Lanza a Ostiense, dell’ex Heineken a Villa Gordiani, dell’ex fabbrica della Penicillina sulla Tiburtina. E ancora: l’ex Fiera di Roma, il palazzo a vetri di piazza dei Navigatori, l’auditorium Albergotti, l’ex Arsenale Pontificio, lo stadio Flaminio, la città del rugby, la piscina olimpica dei Mondiali di nuoto, le Vele di Calatrava a Tor Vergata, l’ospedale San Giacomo in centro storico, l’ex scuola Mafai a Tor Marancia che doveva diventare un centro culturale e invece arrivederci al 2022.

Se davvero si procederà con la lista di altri 22 sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative senza soluzioni, senza progettazione, senza quel regolamento sui beni comuni pure nuovamente annunciato dai Cinque Stelle e su cui già una volta si è misurata la resa, anche stavolta cosa resterà? Vuoti a perdere.

Il viaggio a puntate de il Paese Sera negli immobili a rischio sgombero